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La Moneta Regionale Siciliana (di Massimo Costa) PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Costa   
Sabato 14 Novembre 2015 16:34

 moneta

Ho voluto pubblicare questo egregio lavoro del prof. Massimo Costa, docente alla facoltà di Economia dell'Università di Palermo, nonchè esponente di punta del movimento per l'indipendenza Siciliani Liberi.
L'ho fatto, ovviamente, dopo averlo letto. Necessiterà infatti ancora rileggerlo e approfondirlo, essendo un tema molto complesso che riveste una importanza strategica per la rinascita della Sicilia.
Questo è il tenore degli esponenti e dei progetti politici del movimento Siciliani Liberi di cui ho l'onore di far parte.
Capirete anche solo da una prima lettura superficiale quanto studio e quanta competenza, quanta lungimiranza, quanta capacità progettuale e quanto amore per la propria terra emerga da un lavoro del genere, comprendendo quindi il valore enorme di persone come Massimo Costa.
E vi verrà forse immediato pensarla come me: ma se abbiamo persone di questo calibro in Sicilia, e invece di avere loro come Presidente della Regione abbiamo Crocetta (ma anche quelli di prima non scherzano, e neanche quelli che si propongono come alternativa non babbiano...) la colpa di chi è?
Bene, per il passato, abbiamo sbagliato. L'importante è non sbagliare per il futuro. E sostenere lui e il progetto politico Siciliani Liberi. (Massimo Merighi)

1) Introduzione

I fondamentali dell’economia siciliana sono al collasso. I dati del 2012 evidenziano come, all’interno di un’economia nazionale in recessione, la Sicilia presenti il dato peggiore in assoluto, con la distruzione, in un anno solo, di quasi un ventesimo dell’intera produzione regionale. Il dato, messo accanto all’aumento delle esportazioni, nello stesso periodo, per una cifra superiore al 20 %, cifra ragguardevole eguagliata solo dalla Sardegna e da nessun’altra regione italiana, fa comunque pensare. La Sicilia esporta (prodotti energetici); è dunque potenzialmente ricca. Nessuno peraltro misura l’esportazione “in Italia” degli stessi prodotti, perché non esiste una bilancia commerciale regionale. E nonostante ciò non solo neanche una briciola resta in Sicilia, cosa tutto sommato normale e risaputa, ma addirittura ci tocca il cappello d’asino degli ultimi della classe. C’è il sospetto che c’entri qualcosa l’uso distorto (da parte dello Stato italiano) della nostra stessa autonomia speciale. Non dovendo far trasferimenti alla Sicilia, essa è costretta a vivere con quanto, dei prelievi fiscali, lo Stato le lascia. In più la Sicilia deve far fronte a spese che altrove sono a carico dello Stato. Basta qualche accantonamento a favore dell’erario e un po’ di Patto di Stabilità e il gioco è fatto. Un’autonomia in cui il volante è ben saldo a Roma, salvo piccole inezie, come stipendi e pensioni di deputati e impiegati ARS, alla fin fine funzionali al sistema per farlo sbraitare ogni giorno contro l’Isola “patria del malaffare”, non potrà mai funzionare. Non potrà mai funzionare se la leva fiscale non è restituita alla Sicilia, sua legittima ed unica proprietaria per diritto naturale prima ancora che per ordinamento costituzionale.

Ma non è di fisco che ora vogliamo parlare. Il fisco e i tributi da soli non basteranno mai a risollevare la Sicilia dalla sua prostrazione e, peraltro, sarebbe necessaria una lunga rivendicazione politica e giuridica per riappropriarsi dei propri diritti tributari. Oggi vogliamo parlare dell’altra gamba della politica economica, cioè di quella monetaria. Il punto di partenza è che le politiche economiche ufficiali, fondate sul rigore, cioè sul taglio della spesa, spacciato per sua riqualificazione, e sul correlato inasprimento dell’imposizione fiscale, sono clamorosamente falliti, e non serve alcun moralismo a ribaltare la questione. Non si può dire “la colpa è della corruzione!”, oppure “Aumentiamo la produttività!”. Questi discorsi lasciamoli al bar dello sport. La corruzione è figlia, effetto dunque, di un sistema spartitorio. E così la produttività tanto invocata, non si innalza con il moralismo, con il rimboccarsi le maniche o altre prediche più o meno razziste. Ci vogliono strumenti precisi di politica economica. E di questo, soltanto di questo, si parla ora.

La Sicilia è nel baratro ed è necessaria, anzi urgentissima, una riforma strutturale del suo status economico e giuridico. Esiste una Questione Siciliana dai contorni drammatici che chiede un intervento speciale a salvaguardia del cuore stesso del Mediterraneo. È necessario un nuovo “specialismo” dell’Autonomia che recuperi lo spirito della vecchia Carta del 1946, ormai paralizzata in più punti, e la rinnovi, senza modificarla, con alcuni innesti vitali. Per brevità, per il momento, non parleremo di quel che serve all’Italia in merito alla moneta. In questo breve saggio parleremo essenzialmente di Sicilia, perché è la Sicilia che oggi ha bisogno di una terapia d’urgenza che le consenta di sopravvivere. Questa terapia d’urgenza dovrà basarsi su quattro grandi pilastri: - Radicale autonomia finanziaria e tributaria dell’Isola; - Zona Economica Speciale per il transito di beni e servizi con l’eliminazione dei dazi e la riduzione drastica di tutte le imposte indirette, a iniziare dall’IVA; - Regionalizzazione dei benefici economici e tributari di tutte le risorse naturali, le fonti d’energia e delle industrie connesse di produzione di energia; - Dotazione di uno strumento finanziario complementare che assicuri alla Regione un’adeguata iniezione di liquidità. i questo strumento parleremo in questo saggio, diviso in 10 capitoli.

Parleremo dunque della Moneta Siciliana. A livello di prima intuizione può dirsi che oggi uno dei problemi della Sicilia, non certo il solo, ma certo uno dei più importanti e non eludibili, è rappresentato dall’estrema rarefazione della moneta. Per vari motivi, che in questa sede non mette conto richiamare, nel mercato siciliano l’offerta di moneta si è radicalmente ridotta proprio in un momento in cui la disoccupazione (intesa non solo come quella dei lavoratori, ma in genere come l’inutilizzazione di tutti i fattori produttivi) è giunta ad i suoi livelli massimi. La moneta, in prima approssimazione, sta al sistema economico come il sangue sta all’individuo. Non ce ne vuole né troppa, né troppo poca, ma è ingenuo chi ritiene che la sua presenza sia del tutto irrilevante rispetto all’economia reale (la moneta come “velo”). Se così fosse la si potrebbe abolire e tornare al baratto. E invece le cose stanno proprio al contrario: non esiste economia sviluppata che non faccia ampio uso della moneta.

Oggi è più che mai necessario iniettare moneta nel corpo esangue della Sicilia. E diciamo Sicilia, e non Italia, non per bieco particolarismo, ma perché se si iniettasse liquidità nel sistema italiano, che pure ne è a corto, solo una piccola parte affluirebbe in Sicilia. La comunicazione e l’integrazione tra la Sicilia e l’Italia non è perfetta, ad essere buoni. La sbilanciata presenza del sistema bancario nelle regioni del centro-nord renderebbe comunque poco efficace, in termini relativi, questa iniezione “nazionale”. E invece è proprio in Sicilia che l’iniezione va fatta.

Ma che cos’è la moneta? Ci perdoni il lettore un minimo di teoria preliminare, e si rassicuri pensando che non esiste niente di più pratico di una buona teoria. Gli promettiamo, però, di restare divulgativi e non inutilmente astratti. La moneta, intanto, va distinta in due concetti non separati ma ben distinti: la moneta – segno; la moneta – merce. Nella prima accezione essa indica il valore di scambio relativo dei beni e servizi acquistati e venduti, simulandone un indicatore assoluto. Essa è quindi il “metro” di misura del valore. Il valore, in realtà, è dato da un rapporto di scambio tra due beni. Non è quindi possibile, essendo un numero frazionario dipendente da numeratore e denominatore, che essa dia un’unità di misura universale, indipendente cioè dal contesto storico, geografico, economico, così come dai rapporti tra le persone che potenzialmente partecipano allo scambio. Esso è un valore di scambio relativo, valore centrale per il sistema dei prezzi veri e propri, i quali possono dipendere da tanti altri fattori contingenti. Eppure, con tutta la sua relatività, esso consente di ridurre ad omogeneità tutte le risorse economiche o ricchezze, le quali grazie alla moneta-segno sono comparabili. Nella seconda accezione, invece, essa è un bene come tutti gli altri. E in questo senso la intenderemo nelle nostre pagine.

La moneta è un bene, materiale o immateriale, che può essere liberamente negoziato e che non è vero sia solo un inutile velo dietro il quale si nasconde l’economia reale. La moneta è un bene come tutti gli altri, che svolge però una funzione peculiarissima, e cioè quella di consentire lo scambio con altri beni e servizi. Il latte serve per le sue proprietà nutritive, il rasoio serve per farsi la barba, il viaggio organizzato serve per farsi le vacanze e il denaro serve per … perché serve il denaro? Il denaro serve essenzialmente a due cose: mezzo di scambio e riserva di valore. La prima funzione è quella di avere un bene che sia universalmente accettato (magari all’interno di un determinato sistema) come strumento di pagamento di tutti gli altri beni e servizi. La seconda funzione è quella di poter accumulare un po’ della propria ricchezza per il consumo differito.

Entrambe le funzioni sono di fondamentale importanza per qualsiasi economia ed è irrazionale negarne la validità. Senza la prima si torna al baratto (se mai è realmente esistito, forse di fatto si è sempre usata una merce come moneta rispetto alle altre), con tutti gli ostacoli alla circolazione della ricchezza che questo comporta. Senza la seconda si impedisce il risparmio, con il risparmio s’impedisce l’investimento, e quindi la crescita della capacità produttiva del sistema economico, anzi finanche il semplice mantenimento della capacità produttiva che ha bisogno di continui investimenti, e si paralizza l’economia di mercato che ha sempre bisogno di dare prospettive di arricchimento relativo ai suoi partecipanti per poter funzionare. Poi non vi è dubbio che l’accumulo di ricchezze in una società che complessivamente è stazionaria non è desiderabile, poiché questo aumenta la concentrazione della ricchezza, la diseguaglianza, e in ultimo il malessere sociale. Ma in questo caso può e deve intervenire la redistribuzione della ricchezza da parte della mano pubblica o di qualche altro meccanismo riequilibratore, non l’impedimento a monte di qualunque innocente piccola accumulazione di benessere familiare che solo la moneta “riserva di valore” può consentire.

La moneta come merce può assumere diverse vesti. La più tradizionale è quella del conio metallico. A questa storicamente si è aggiunta la banconota o carta moneta. Infine giunge la moneta scritturale, cioè annotata sulle scritture di un’azienda di credito, ma che circola liberamente come le prime due e, come le prime due, vale per l’estinzione legale delle obbligazioni. Essa è detta anche “moneta elettronica” o “di plastica”, facendo riferimento al fatto che i “libri contabili” ormai sono “database” nella “pancia” dei sistemi informativi bancari, ovvero al fatto che il suo più noto supporto fisico è la carta di credito, o di debito o il bancomat o il “mobile”. A sua volta quest’ultima moneta, quella scritturale, è di due tipi, a seconda che si tratti di moneta scritturale emessa dall’istituto di emissione, ovvero dalle altre banche. Nel seguito diremo sempre “Banca centrale”, per indicare il primo, e “Banche commerciali”, per indicare le seconde. Tuttavia la gente comune non può maneggiare la moneta scritturale emessa dalla banca centrale, ma solo le altre banche e gli stati. Pertanto, per le comuni imprese e famiglie, nonché per le amministrazioni pubbliche minori, l’unica moneta scritturale che circola è quella emessa dalle banche commerciali.

La moneta-merce può anche essere, al limite, una moneta immaginaria, cioè un valore convenzionale condiviso tra le parti che nessuno ha emesso, ma questa ha un rilievo soltanto in un’economia di baratto evoluta, in cui le parti si scambiano beni e servizi accreditandosi o addebitandosi rispettivamente questa moneta immaginaria entro certi limiti e poi conguagliando i saldi, soltanto i saldi, con moneta reale agli opportuni tassi di conversione. Si dice questo perché talvolta, negli scambi internazionali, questo strumento può essere di qualche utilità nei termini che saranno detti a suo tempo.

Che cosa dà valore alla moneta-merce? Secondo un’idea che non condividiamo il valore di tutti i beni e servizi è dato dal “lavoro incorporato”, cioè dal numero di ore socialmente e mediamente necessarie a produrre quel dato bene. In questa accezione la moneta avrebbe un valore solo se incorporasse in sé il valore di un bene fisico vero e proprio (una pecora, un pezzo di oro, etc.). Nella realtà non è mai stato così. Il valore-lavoro definisce solo un termine minimo del valore di scambio, quello al di sotto del quale la riproduzione del bene non è possibile. Il valore dei beni e servizi, in realtà, è dato dal valore-lavoro più un mark-up che è determinato dalla loro scarsità relativa, in gran parte determinato dalla sua concentrazione.

La terra non ha valore solo per il lavoro che in essa è incorporato da innumerevoli generazioni, ma soprattutto per il fatto che essa è un bene limitato che, pertanto, produce rendita in capo ai proprietari tanto più elevata quanto più scarsa e concentrata è la sua offerta. Del resto se il valore di cui stiamo parlando è un valore di scambio, cioè di un valore ideale a partire dal quale si formano intorno ad esso i prezzi concreti di scambio, perché stupirsi se le condizioni di mercato contribuiscono a determinare il valore del bene stesso? Che senso ha pensare ad un valore metafisico, ideologico, dei beni e servizi, se poi questo non ha praticamente alcun legame con il sistema dei prezzi che poi concretamente possiamo osservare?

Ciò vale per tutti i beni e vale anche per la moneta, che quindi è sempre fiat, cioè ha sempre un valore superiore a quello cosiddetto “intrinseco”, cioè dello strumento che la rappresenta. Anzi, a dirla tutta, la moneta è un bene immateriale, distinto dal supporto fisico che la rappresenta. Il valore del metallo, più o meno pregiato, contenuto nelle antiche monete metalliche sta al vero valore della moneta né più né meno come il valore della plastica e dell’inchiostro del bancomat sta rispetto al valore della moneta che con la scheda posso spendere. Il lavoro incorporato nella moneta è sempre stato inferiore al suo valore di scambio e, man mano che la sua forma tecnologica si è andata evolvendo dal metallo alla carta e dalla carta all’impulso elettronico, tale valore lavoro è collassato verso lo zero, lasciando per intero il “mark-up” determinato dalla scarsità relativa a determinare il valore della moneta.

In ultima analisi, oggi, il valore della moneta è determinato da due cose: dalla sua accettazione e dalla sua relativa scarsità. La prima può avvenire su base spontanea o di mercato, e in tal caso si parla di moneta fiduciaria; ovvero per imposizione di legge a riconoscere lo strumento come valido per l’estinzione delle obbligazioni pecuniarie, e in tal caso si parla di moneta legale. Spesso la prima è convertibile, a richiesta, nella seconda, ma l’accettazione generalizzata ne impedisce di fatto la trasformazione. Una transizione tra le due è quella della moneta forzosa, quando una moneta fiduciaria è transitoriamente imposta come legale. Nella realtà la moneta forzosa è solo una transizione dalla prima alla seconda.

Storicamente solo la moneta metallica era legale, mentre quella cartacea era fiduciaria. Poi da fiduciaria divenne sempre più spesso forzosa, e infine assunse valore legale. Anche la moneta bancaria all’inizio era fiduciaria, e nei libri di testo universitari si legge ancora troppo spesso una sciocchezza simile. Oggi, attraverso una serie di limitazioni legali all’uso della moneta legale, di fatto è divenuta forzosa, ma già forse non sono lontani i tempi in cui essa sarà definitivamente considerata come legale. Legale è già, infine, la moneta bancaria emessa dalla banca centrale, quella che noi non possiamo maneggiare. Il fatto che il cittadino non possa maneggiare la moneta legale bancaria, ma solo quella cartacea e metallica, sottoposta a continue e crescenti restrizioni, sta facendo diventare “legale” la moneta bancaria emessa dalle banche commerciali, in quanto già di fatto “inconvertibile” in moneta legale. Tuttavia ancora oggi io posso rifiutare la moneta emessa da una banca e convertirla in quella emessa da un’altra, ritirando il mio conto corrente e spostandolo altrove. Questo determina, tra le banche commerciali, l’esigenza di avere una “copertura” di moneta legale emessa dalla banca centrale, che non consente ancora di considerare del tutto “legale” la moneta bancaria. Se questa convertibilità venisse meno, e le banche saldassero i loro conti reciproci non nella moneta della banca centrale, ma in quella emessa da loro stessi, allora anche la moneta bancaria sarebbe diventata completamente e definitivamente legale. Ma questo processo storico non è ancora del tutto compiuto.

La seconda determinante del valore della moneta è invece la sua relativa scarsità. Una moneta troppo abbondante perde di valore e alla fine diventa troppo cattiva per essere usata. Perde cioè la sua funzione primaria di mezzo di scambio. Per evitare questo deve esserci o una restrizione naturale, come quando si usava come moneta un bene naturale non illimitato come l’oro o l’argento, ovvero una restrizione artificiale all’offerta di moneta. L’eccesso opposto è pure non desiderabile. Una restrizione eccessiva dell’offerta di moneta la fa uscire dalla circolazione e la trasforma in bene-rifugio come il platino che non ha mai fatto da moneta.

Oggi, si noti, l’offerta di moneta in pratica non è più “esogena”, cioè non è più decisa direttamente da un’autorità di politica monetaria, ma è “endogena”, cioè è quella che richiede il sistema bancario nel suo complesso, con il risultato che nessuno è in grado di controllare direttamente quello che è il valore della moneta. Ad ogni modo chi emette la moneta, a qualsiasi titolo, ne trae un vantaggio economico, che sia uno stato, una banca centrale o una comune banca commerciale. Il valore della moneta, infatti, dedotto il suo eventuale costo di produzione (per la moneta bancaria praticamente pari a zero), anche se giuridicamente e teoricamente configurato come debito, di fatto rappresenta un beneficio definitivo per chi ha il diritto di emetterla.

La differenza tra il valore nominale e il costo di produzione si chiama signoraggio primario (pari al 100 % della moneta bancaria, poco meno in quella cartacea, molto meno in quella metallica); il reddito derivante dagli interessi attivi dovuti alla collazione della moneta emessa si chiama signoraggio secondario. Non sempre questo signoraggio è attribuito a qualcuno. Oggi la maggior parte del signoraggio primario resta investito nel bilancio dell’ente emittente ma non è appropriabile da questo se non in piccola parte con piccoli artifici (commissioni per la tenuta conto, e simili).

Il signoraggio secondario, invece, è quasi sempre attribuibile all’ente che emette la moneta. Qual è la funzione della moneta nel sistema macroeconomico? Tutti sanno che l’iniezione di moneta nel sistema comporta un aumento della domanda aggregata. Perché mai? Per vari motivi. Con maggiori disponibilità liquide, o maggior credito che è lo stesso, i consumatori spendono di più. Ma anche le imprese, con maggiori disponibilità liquide, sono incentivate ad aumentare la produzione e quindi gli acquisiti di beni intermedi, non ultimo per l’aumento della domanda di beni finali. Ancora, l’aumento dell’offerta di moneta fa calare il prezzo relativo della moneta, che è il tasso di interesse, rendendo più facile l’indebitamento di imprese, famiglie e pubbliche amministrazioni. Con l’indebitamento crescono gli investimenti per beni capitali veri e propri, infrastrutture pubbliche e beni di consumo durevoli come ad esempio le abitazioni.

Quello su cui si è sinora invece riflettuto meno è che l’iniezione di moneta determina anche un aumento dell’offerta aggregata. La maggior disponibilità ad effettuare investimenti, infatti, ottiene l’effetto ultimo di aumentare la capacità produttiva o di aumentare la produttività della capacità esistente. Si insiste molto sulla necessità di aumentare la produttività, ma ci si dimentica spesso che l’aumento della produttività è frutto di investimenti e cultura, e quindi di spese, le quali a loro volta hanno bisogno di liquidità per poter essere messe in cantiere. Senza investimento, invece, la produttività o la capacità produttiva potrebbero, forse, essere aumentate soltanto mediante un aumento “estensivo”, anziché intensivo, dell’utilizzo dei fattori di produzioni, come ad esempio il maggior sfruttamento dei terreni, la minor cura dell’ambiente negli insediamenti industriali, l’allungamento della giornata di lavoro, la riduzione di salari e diritti dei lavoratori. Ma questa strategia, alla lunga, finisce per depauperare piuttosto le risorse ambientali e umane e quindi, nel medio termine, a fare piuttosto contrarre la capacità produttiva del sistema e quindi, in ultimo, l’offerta aggregata stessa.

Ovviamente domanda e offerta aggregata dipendono da molti altri fattori. Né la moneta, né altra “bacchetta magica” potrà mai da sola risolvere tutto, ma questi nessi causali fondamentali sono da tenere ben presenti.

Come funzionano domanda e offerta aggregata e qual è l’equilibrio? Si immagini un piano di assi cartesiani in cui nelle ascisse sta il livello del reddito o del prodotto nazionale e nelle ordinate il livello dei prezzi. La domanda e l’offerta aggregata, in linea di principio, funzionano come quelle di qualunque mercato particolare: la curva di domanda orientata verso il basso (al diminuire dei prezzi il prodotto domandato sale); la curva di offerta orientata verso l’alto (all’aumentare dei prezzi il prodotto offerto sale). La curva di offerta però ha un asintoto: non può superare la piena occupazione dei fattori, dopo una certa soglia si impenna fin quasi a diventare verticale. Graficamente avremo una situazione del genere:

graficoADAS

Y è il reddito; P il livello dei prezzi; DA la domanda aggregata;
SA l’offerta aggregata. La retta parallela a P è il livello di pieno impiego, oltre il quale l’SA non può andare.

È chiaro che un aumento di moneta, nel breve periodo, non fa altro che spostare in avanti la DA. Ma questo, se siamo vicini al pieno impiego, si traduce solo in un’impennata dei prezzi con un effetto minimo sulla produzione. In pratica l’iniezione di moneta ha un effetto negativo. Viceversa, se siamo in una condizione patologica di disoccupazione (come in Sicilia, dove ormai è strutturale), dobbiamo immaginarci una DA molto arretrata, che, avanzando, si traduce quasi esclusivamente in aumento di produzione, e, solo in parte minima, in aumento di prezzi.

Ma c’è anche l’effetto di medio termine su SA. L’offerta di moneta, via gli investimenti, sposta in avanti il reddito di pieno impiego, e quindi l’SA. Ogni considerazione basata sull’attuale capacità della Sicilia, ad esempio, letteralmente “anchilosata” da secoli di politiche monetarie sbagliate e restrittive, non tiene conto dell’espansione della capacità produttiva che fatalmente deriverebbe da un aumento dell’offerta aggregata. E in ogni caso, anche se ciò non fosse vero, basterebbe l’aumento di domanda, a parità di capacità, a ridurre drasticamente la disoccupazione.

Oggi c’è carenza di moneta e, ai margini dell’Eurosistema, addirittura “assenza” di moneta. Il cosiddetto credit crunch non è solo carenza di credito: è carenza di moneta a tutti gli effetti, che lungi dal risolvere i problemi, li aggrava di giorno in giorno. Da qui l’evidente importanza di una corretta offerta di moneta.

Accanto a questi vantaggi di natura macroeconomica se ne aggiungono altri di carattere finanziario. Se l’ente emittente della moneta che si inietta nel sistema è un ente pubblico, o se a questo comunque vanno i benefici dell’emissione monetaria, questo ente detiene immediatamente una capacità di spesa, per consumi e per investimenti, senza alcun bisogno, almeno per questa quota, di ricorrere a debito, o tagli di spese, o aumenti di imposte, con un aumento generalizzato del benessere pubblico contemporaneamente per un aumento dei servizi ai cittadini e per un aumento del loro reddito disponibile.

L’eccesso di moneta, a capacità produttiva vicina al pieno impiego, causa invece inflazione. L’inflazione, oltre limiti sopportabili, è deleteria per l’economia. Altera i rapporti tra creditori e debitori, distorce il mercato perché penalizza illogicamente chi ha compensi fissi o comunque rigidi, a favore di soggetti più liberi che possono speculare da questa situazione. A livelli esplosivi fa crollare la fiducia nella moneta e quindi lo stesso sistema monetario.

C’è però da osservare che il pericolo dell’inflazione è assai lontano dal nostro contesto proprio perché presuppone eccesso di moneta in un mercato in piena occupazione. Non stiamo parlando di noi.

Una modesta inflazione, per contro, elimina alcune rigidità del mercato, come quella che impone rigidità verso il basso di alcuni prezzi o salari nominali, che quindi non potrebbero mai aggiustarsi al loro livello di equilibrio se la moneta non perdesse lentamente il proprio potere d’acquisto. Un’altra ragione per favorire una leggera inflazione (non superiore ai 2/3 punti percentuali comunque) è che in tal modo la moneta si deprezza e quindi si limita la tesaurizzazione alle reali esigenze di consumo differito, mentre per gli investimenti veri e propri si favorisce il risparmio, con il quale il risparmiatore si priva della moneta per darla all’investitore, magari per il tramite del sistema finanziario, senza far sparire la moneta dalla circolazione. La moneta che si svaluta è un po’ cattiva, e quindi va spesa prima che sia troppo tardi. E questo è un bene, perché la moneta è fatta essenzialmente per essere spesa. Ma senza esagerare troppo con la svalutazione, perché il consumo differito, e quindi una modesta funzione di riserva di valore, non è meno utile o importante per il sistema economico.

È insomma una questione di equilibrio. Se l’offerta di moneta è esogena, cioè se c’è qualcuno che la controlla, è bene che questo qualcuno la tenga quindi nei limiti corretti: né troppa, né troppo poca. Se questo qualcuno è un’autorità tecnica realmente indipendente, tanto dalla politica, quanto dai più forti interessi imprenditoriali e finanziari, tanto meglio! Egli potrà decidere quanta moneta immettere nel sistema con responsabilità.

Il responsabile della politica monetaria potrà controllare o direttamente la quantità di moneta immessa nel sistema ovvero il suo “prezzo” dato dal tasso d’interesse. La quantità di per sé non dice molto. L’interesse è invece un elemento indicatore importante dell’efficacia della politica monetaria.

Oggi – come si è detto – l’offerta di moneta è endogena, cioè le presunte autorità di politica monetaria non riescono più a influenzarla. Anche se tengono bassi, bassissimi, i tassi di interessi interbancari, la moneta nei mercati reali scarseggia e gli interessi reali sono altissimi, segno che qualcosa si è inceppato nei meccanismi istituzionali, e segno che le cose non funzionano esattamente come ce le raccontano. Se la politica monetaria potesse influenzare realmente i tassi di interesse, dovrebbe tenerli costantemente ad un livello relativamente basso, ma non bassissimo.

L’interesse non è – come si legge qua e là nel web – moralmente illegittimo. Illegittima è l’usura, che del primo rappresenta la degenerazione. L’interesse è soltanto la distribuzione di una parte del valore aggiunto ad uno dei portatori di un fattore produttivo, il capitale finanziario di credito. Il problema è semmai se il capitale di credito coincide con la totale offerta di moneta, e a tal punto diventa anche matematicamente impagabile. Ma questo è altro discorso. L’interesse non deve salire troppo, altrimenti la rendita finanziaria strangola l’economia (come succede adesso). L’interesse per contro non deve andare troppo in basso, altrimenti si crea un incentivo generalizzato all’indebitamento da parte di soggetti non affidabili che alla fine si traduce in bolle speculative che prima o poi esplodono; senza contare che il successivo rialzo di tassi troppo bassi porta al fatale trasferimento della proprietà dei beni reali da parte di chi lavora e produce a chi sta soltanto offrendo servizi finanziari, strangolando ancora una volta l’economia da parte della rendita finanziaria.

Il sistema monetario va quindi stabilizzato dalle ondate speculative e i tassi d’interesse fatti oscillare entro una banda molto ristretta. Viceversa orientare, come si fa oggi, una politica monetaria solo sulla stabilità dei prezzi è parimenti errato. I prezzi, come si vede nel modello soprastante, nascono in un punto di equilibrio tra domanda e offerta aggregata. L’idea che l’aumento dei prezzi derivi da un eccesso di domanda potrebbe anche non essere vera. I prezzi potrebbero aumentare anche per una contrazione dell’offerta (i cosiddetti shock), che può derivare da un aumento del prezzo di materie prime e fonti di energia importate, ovvero da una perdita continua e lenta di competitività e di capacità produttiva da parte di un sistema sociale ed ambientale sfruttato ed esausto, in ogni caso privo di investimenti correttivi. In queste condizioni, quando cioè i prezzi aumentano non per eccesso di domanda, ma per difetto di offerta, non va fatta alcuna politica monetaria restrittiva, che sarebbe semplicemente suicida. Al contrario i prezzi vanno fatti salire e va accettato l’impoverimento relativo del sistema, che costringe di fatto a importare o consumare di meno nel settore privato, perché non c’è alternativa, mantenendo alto il livello della domanda e degli investimenti pubblici per sostenere l’SA. Mentre la riduzione della domanda causa ulteriore disoccupazione in un sistema già di per sé in recessione, e con essa dell’offerta, per le ragioni viste, attivando una spirale senza fine sino al collasso totale.

Qualcuno potrebbe obiettare che, una volta iniettata nel sistema la moneta, questa circola all’infinito senza bisogno che nessuno ne immetta di nuova e quindi senza nessuno che si appropri dei benefici che derivano dall’emissione di moneta. Se nuova moneta serve perché il sistema cresce o cresce la velocità degli scambi sarà necessaria una nuova immissione, ma potrebbe al limite succedere anche il contrario. Ebbene, non è così. In un’economia di mercato, sebbene ogni anno si utilizzi in gran parte la moneta emessa in passato, che continua a circolare, è necessario sempre immettere nuova moneta e l’emittente trarrà grande vantaggio da questa immissione. Intanto abbiamo già visto come un modesto grado di inflazione sia necessario per “aggiustare” i mercati da alcune loro rigidità strutturali. Ma abbiamo visto soprattutto che l’economia di mercato tende naturalmente all’accumulazione di ricchezza da parte dei più fortunati imprenditori, redditieri, e – in qualche caso – di lavoratori ad alto reddito.

Eliminare del tutto l’accumulazione con una redistribuzione feroce di ogni surplus equivarrebbe a creare una società socialista dove cesserebbe ogni ambizione personale a costruire ricchezze per sé e per i propri discendenti. Ma, al contrario, lasciare il mercato a se stesso, significa accettare che progressivamente la moneta sparisca dalla circolazione e venga accumulata da qualche parte, o resti oziosa, o si spenda in consumi di lusso, quasi sempre importati, che nulla giovano all’economia. Un metodo indolore di redistribuzione della ricchezza, è quindi la continua emissione di moneta, in limiti prestabiliti, emissione che sia appannaggio di un “policy maker” pubblico.

Riassumendo, quindi, è importante che la moneta immessa ogni anno nel sistema economico non sia affidata per intero al sistema economico stesso, laddove si deve però ammettere che un certo grado di endogeneità della moneta in un’economia libera è inevitabile. La moneta deve essere esogena/endogena, ma chi ha il potere di immetterla deve essere soggetto alla legge, controllabile, ma non influenzabile né da chi sta pro tempore al governo, né dai partiti, né da lobby. Senza esagerazione possiamo dire che il compito di governare la moneta è l’atto di sovranità più importante che possa mai avere un popolo; senza esso non si potrà mai essere un paese realmente indipendente.

Ovviamente, tuttavia, l’immissione di moneta, in questa “responsabilità”, dovrà andare congiunta alla considerazione dei seguenti limiti:

  1. L’eccesso di moneta, comunque immesso, comporta inflazione; 
  2. La qualità della spesa pubblica, connessa alla disponibilità di moneta, è strettamente connessa alla produttività del sistema e quindi la concessione di potere monetario deve essere condizionato a spese realmente produttive; 
  3. L’immissione di moneta, comunque immessa, da chiunque spesa, non può mai coniugarsi con una crescita indiscriminata e insostenibile che depauperi le risorse naturali limitate e non rinnovabili: la sua concessione deve quindi essere soggetta a limiti anche sotto questo profilo.

Poste queste premesse teoriche generali possiamo ora approfondire lo status attuale della moneta nel nostro ordinamento, ovvero nell’Eurosistema.

2) Moneta e Credito nell’Eurosistema

Poste le premesse teoriche di cui al punto precedente, resta da vedere ora come queste si traducano in un ordinamento finanziario e monetario concretamente vigente. Posto che ci stiamo occupando della Sicilia di oggi e che questa, insieme all’Italia, fa parte dell’Unione Monetaria Europea, in breve “Eurosistema”, parleremo solo di questo.

Non faremo, nonostante il suo interesse e la sua capacità di illuminare anche il presente, una storia degli ordinamenti monetari. Sarebbe troppo lunga per essere svolta in questa sede e quindi fuorviante rispetto ai nostri obiettivi.

Oggi nell’Eurosistema esiste una e una sola valuta avente corso legale: l’euro. Non sono vietati i corsi fiduciari o le monete complementari (e non lo possono, essendo basate esclusivamente sull’autonomia negoziale dei privati) ma l’unica moneta che, per legge, può costituire mezzo di adempimento delle obbligazioni pecuniarie, è appunto l’euro.

Dal punto di vista macroeconomico si trovano molti indicatori di questa moneta (M0, M1, M2, M3, M4), dotati di diverso grado di liquidità. Ai nostri fini la moneta che risponde ai nostri criteri è l’aggregato M1, cioè contanti più depositi in conto corrente. Delle altre parleremo dopo: libretti di risparmio, BOT, titoli e strumenti finanziari facilmente liquidabili,…

Nonostante molti libri di testo, anche di rango universitario, dicano che monete e banconote costituiscono la moneta legale e quella bancaria sia soltanto moneta fiduciaria, questa distinzione non ha più, alla luce delle legislazioni e delle prassi vigenti, praticamente alcun senso.

Di fatto, oggi, in Eurolandia, la moneta circolante assume quattro distinte vesti:

  1. Moneta metallica; 
  2. Banconote; 
  3. Moneta bancaria della banca centrale (conti correnti detenuti presso la stessa); 
  4. Moneta bancaria delle banche commerciali (conti correnti detenuti presso le stesse, assegni circolari, carte di debito ricaricabili, altre disponibilità circolanti su tecnologia elettronica e mobile).

La distinzione fra le quattro monete è in parte tecnologica, in parte giuridica. La differenza tecnologica – come vedremo – sarebbe di per sé irrilevante. Cominciamo comunque da questa.

Sotto il profilo tecnologico, come è noto, le prime due sono incorporate in un bene fisico che le rappresenta, rispettivamente un tondino metallico coniato e una banconota di carta-moneta trattata in modo particolare. In entrambi i casi la moneta è un titolo che gira “al portatore”: il possesso in buona fede vale proprietà e i passaggi di mano sono completamente non tracciabili. Sempre sotto il profilo tecnologico le seconde due sono praticamente indistinguibili l’una dall’altra. Entrambe sono “scritturali”, cioè la titolarità deriva dall’iscrizione delle stesse presso le scritture contabili sulle quali sono registrate e non da un titolo “fisico”.

Il supporto fisico che dà titolo al trasferimento delle somme nella circolazione questa volta non “incorpora” il valore ed è quindi completamente irrilevante: il blocchetto degli assegni o il tesserino di plastica del bancomat sono in questo senso semplici strumenti tecnici che di per sé non valgono la proprietà, se non accompagnati da uno strumento (il codice negli strumenti elettronici, la firma in quelli cartacei) che legittimano il trasferimento di moneta. Di fatto la terza moneta è spostata ormai unicamente in modo elettronico senza bisogno di alcun supporto fisico. La quarta, essendo destinata al pubblico, si serve invece di diversi supporti.

Non essendo rappresentata da un titolo questa moneta non può essere definita, rispettivamente, “al portatore”, “all’ordine” o “nominativa”. La tracciabilità dei passaggi di titolarità registrata nei libri contabili dell’ente emittente l’assimila però ai titoli nominativi. I passaggi sono legittimi solo se registrati e quindi è come se, nelle precedenti due monete, esistesse un “cassiere” che detiene il portafoglio del titolare e svolge, per suo conto, tutti gli incassi e i pagamenti.

Veniamo ora al profilo giuridico ed economico delle quattro monete. La prima, quella metallica, è emessa dagli Stati, ma non liberamente, sebbene nelle quantità decise dalla Banca Centrale Europea. Quando lo Stato emette la moneta metallica esso può “venderla” al suo valore nominale, ne è cioè direttamente proprietario. Lo Stato italiano, per mezzo dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, si occupa della produzione fisica del conio e ne sopporta quindi i relativi costi. L’emissione di moneta metallica è dunque un ricavo per lo Stato. La differenza tra questo ricavo e i costi di coniazione, il cosiddetto signoraggio primario, affluisce direttamente alle casse dello Stato. Nessun altro, oltre agli stati, può emettere moneta metallica avente corso legale.

La moneta metallica è emessa per tagli molto bassi e con metallo vile. Essa è dunque solo moneta “divisionale” adottata per le transazioni minime. La percentuale di moneta metallica rispetto alla moneta totale è oggi irrilevante. Irrilevante è anche l’utile che ne trae lo Stato, che guadagna qualcosa con le monete di 1 e 2 euro, quasi nulla con quelle di 50 centesimi, che va grosso modo in pareggio per i tagli più piccoli e in netta perdita per i tagli inferiori ai 10 centesimi, soprattutto per quelli minimi, in cui il metallo vale molto più del valore facciale della moneta. Talvolta la Banca Centrale autorizza alcune emissioni pregiate in argento di taglio superiore, quasi sempre da 5 euro, ma queste assumono subito valore numismatico e quindi escono dalla circolazione.

La seconda, quella cartacea, è emessa dal Sistema Europeo delle Banche Centrali, secondo le quantità stabilite nei trattati e comunque dalla Banca Centrale. In pratica, tolto l’8 % di banconote emesse direttamente dalla BCE, il resto è diviso secondo una proporzione che comprende sia la popolazione sia il Prodotto Interno Lordo dei singoli stati. Anche questa moneta è tutto sommato irrilevante, non andando al di là di pochi punti percentuali sul complesso della moneta in circolazione.

A differenza della moneta metallica, che è dello Stato, quella cartacea, all’atto dell’emissione, è di proprietà della banca centrale che l’ha emessa. I trattati escludono che, come talvolta fatto in passato per piccoli tagli, si possano avere “biglietti di stato” (in Italia, tipicamente, le 500 lire). La banca centrale investe la moneta cartacea emessa in titoli di stato, il cui interesse, detto signoraggio secondario, è retrocesso allo Stato. Il capitale, tuttavia, resta investito nel patrimonio della banca centrale, formalmente iscritto come partita del passivo, anche senza essere qualificato più come vero e proprio debito.

Si tratta di un debito irredimibile, privo di interessi e a tempo indeterminato, le caratteristiche – come abbiamo visto – che contraddistinguono la moneta. Il beneficio economico derivante dall’emissione di banconote, quindi, non va allo Stato, ma neanche la banca centrale ne trae alcun guadagno poiché gli interessi che lo stato paga per i titoli posti in contropartita all’emissione di moneta poi ritornano allo stato stesso.

Il signoraggio secondario che invece va alla banca centrale europea, insieme agli altri redditi di emissione monetaria (che vedremo sotto) va, sotto forma di dividendo, alle banche centrali che partecipano alla banca centrale europea, o, in alternativa, è capitalizzato. A sua volta la banca centrale, ad esempio in Italia la Banca d’Italia, quando distribuisce dividendi, di fatto irrilevanti, questi vanno in parte allo Stato, in parte ai “partecipanti”, cioè ai detentori del capitale rappresentati da banche commerciali, anche straniere.

In sintesi, quindi, il vantaggio statale derivante dall’emissione di banconote è praticamente irrilevante, e, in ultimo, dipende dal grado di “pubblicità” che ha la banca centrale. In Italia essa è solo in parte pubblica (è di diritto pubblico, lo Stato ha molte prerogative su di essa), e in parte privata (i “partecipanti”, pur non essendo qualificati come veri e propri “soci”, di fatto sono banche private che ne detengono il capitale). Anche qui i tagli sono modesti. Di fatto è usata per transazioni medie e piccole e il suo uso è sempre più scoraggiato dalle legislazioni e dal sistema bancario. Di fatto la circolazione dei tagli superiori ai 100 euro sta diventando riservata alle banche, che li utilizzano come riserve fisiche di depositi presso la banca centrale, cioè come surrogato della terza moneta, di cui andremo a parlare subito dopo, mentre ai “comuni mortali” questo uso è fortemente inibito, quasi proibito.

La terza, quella bancaria emessa dalla banca centrale, è detta anche “moneta ad alto potenziale”. Essa è costituita dalle riserve che le banche hanno presso la banca centrale e servono per i pagamenti interbancari. La terza moneta, quindi, non è accessibile al pubblico: enti pubblici, imprese e famiglie. È una condizione curiosa perché, per il resto, gli effetti economici della sua emissione sono del tutto identici a quelli delle banconote. Per converso potrebbe dirsi che le banconote sono “riserve presso la banca centrale” alle quali possono attingere i comuni mortali; mentre di norma queste sono accessibili solo alle banche commerciali.

Essa è moneta virtuale, come si è detto, cioè scritturale. Ma, a differenza dei conti correnti bancari veri e propri, essa è ancora perfettamente “moneta legale”, alla pari di quella metallica e cartacea.

Nessuna banca, avendo in mano una giacenza sulla banca centrale, può chiedere in cambio qualcosa che non sia altra moneta emessa dalla banca centrale. La banca centrale decide quanto emetterne e trattiene ogni beneficio economico derivante dalla sua emissione. In realtà, oggi, la banca centrale emette di questa moneta quanta ne viene richiesta dal settore bancario. Poi cerca di ampliare o restringere quest’offerta in funzione dei propri obiettivi.

Neanche lo Stato può di fatto maneggiare alcunché direttamente di questa moneta. I trattati proibiscono operazioni sul mercato primario. Cioè, detto in poche parole, la banca centrale, anche quella europea, non può acquistare titoli del debito pubblico aprendo per contro un conto corrente direttamente agli stati. La Banca centrale può acquistare titoli di debito pubblico solo sul mercato secondario, cioè tra quelli che girano già sul mercato dopo la prima emissione; può cioè comprare titoli di debito pubblico dalle banche, ma non dagli stati.

Di fatto, quindi, la banca centrale può emettere liberamente questo tipo di moneta, ma può solo “sperare” che questa emissione si trasmetta alla “quarta” moneta, quella che usiamo tutti i giorni. Questa moneta è messa tra i “debiti” della banca centrale, ma in realtà, proprio come le banconote, tale allocazione è semplicemente nominale, poiché nessuno ha titolo a chiederne la restituzione. Nondimeno questo comporta l’indistribuibilità diretta del suo valore, che qui coincide con il signoraggio primario perché la sua emissione, elettronica, è praticamente priva di costi.

Il signoraggio secondario, invece, cioè gli interessi sulla sua emissione, vanno alla banca centrale ma sono registrati come reddito monetario e non come signoraggio (questo termine è riservato dalla legislazione solo a quello secondario sulle banconote). Il reddito monetario della BCE è distribuito, quando è distribuito, fra le banche partecipanti, e quindi il reddito monetario di competenza dell’Italia va alla Banca d’Italia che, in vari modi, lo restituisce in parte allo Stato e in parte alle banche partecipanti. Si noti come qui l’analogia con le banconote finisce.

Le banconote vedono restituire tutto il signoraggio secondario allo Stato; una parte del reddito derivante dall’emissione di moneta bancaria centrale, invece, va a istituzioni private. La quarta moneta, infine, è quella bancaria propriamente detta. La emettono liberamente le banche commerciali, le quali la contabilizzano come un debito.

Ma è veramente un debito? Non è ancora moneta legale; però, essendo praticamente imposto per legge che tutte le transazioni medie e alte siano effettuate in questa moneta, di fatto è come se lo fosse. Il cittadino, imprenditore, consumatore, etc. può solo scegliere quale moneta fiduciaria usare e non più se usare o no la moneta fiduciaria, essendo ormai trascurabile il ruolo del contante. Il cittadino, se non gradisce la moneta emessa da una banca, può ritirarne i depositi e convertirla immediatamente in moneta emessa da un’altra banca. In questo modo la prima banca resta debitrice nei confronti della seconda ma, fra di loro, non possono pagarsi nella quarta, bensì solo nella terza moneta, che per questo, appunto, prende il nome di “riserva” bancaria: serve appunto come riserva per far fronte ad un’eventuale corsa agli sportelli di clienti che non vogliono più essere correntisti di una banca ma di un’altra.

Quindi, almeno in parte, questa moneta è realmente ancora un debito per le banche. Le banche possono emetterne di fatto quanto vogliono (gli obblighi di riserva sono sempre meno pressanti) ma sopportano il rischio di essere insolventi. Se la banca centrale “contingentasse” la moneta emessa dalle banche private e desse ad essa “corso legale”, il sistema sarebbe stabilissimo, ma così non è.

Nondimeno essa è moneta, anzi essa è la moneta, praticamente tutta quella che circola. Il reddito monetario derivante dalla sua emissione è mascherato nei bilanci bancari e confuso con gli altri interessi attivi derivanti da “veri” capitali presi a prestito e variamente impiegati. La banca, quindi, emette, cioè batte, moneta, la presta al sistema, ne trae lucro e confonde questo lucro con gli altri suoi proventi del conto economico. Questi ricavi derivano dagli interessi sugli impieghi, mentre le fonti dell’azienda bancaria, oltre al capitale proprio e alla raccolta di depositi, sono date proprio dalla moneta emessa dalle banche commerciali private.

Riassumendo: la prima, la seconda e la quarta moneta sono quelle che circolano veramente; la terza circola solo tra le banche; la prima va tutta a beneficio dello Stato, la seconda va a beneficio della banca centrale, la quarta a beneficio delle banche commerciali che la emettono. La quarta è la più rilevante di tutte.

Quindi oggi nell’Eurosistema, in sostanza, la moneta è emessa da banche commerciali private, sotto la direzione blanda di un sistema di banche centrali; queste banche private ne traggono, a livello sistemico, ogni beneficio di emissione. Se una banca ci perde, perché non è gradita dai clienti, ce ne sarà un’altra che guadagnerà da questa fiducia.

Nel complesso l’emissione di moneta è stata praticamente tutta privatizzata.

Oltre alla moneta vera e propria ci sono le “monete potenziali” (le M2, M3, M4 di cui si parlava sopra), cioè strumenti finanziari, anch’essi creati dalle banche o da altre istituzioni finanziarie, che facilmente possono convertirsi in moneta vera e propria, praticamente a richiesta del titolare. Quando si emette la moneta, come fanno le banche commerciali, simultaneamente si concede un credito a colui che la prende per primo in prestito (ad esempio un privato che la chiede per un mutuo o lo Stato che rinnova il proprio debito pubblico). Di fatto, quindi, l’erogazione di credito e l’emissione di moneta sono nel nostro sistema la stessa cosa.

Per quanto ci si sforzi di definire che cosa è la moneta e ci si limiti a regolamentare questa, scegliendo gli strumenti finanziari più liquidi, nulla potrà mai impedire al mercato finanziario di creare un altro strumento, meno liquido, che le persone poi accettano fiduciariamente.

In fondo la possibilità, mai vietata dal sistema, di creare moneta complementare, nasce proprio da questa intrinseca libertà del sistema stesso. Se dovessero vietare le monete complementari, dovrebbero vietare o sottoporre ad autorizzazione anche la creazione di altri strumenti finanziari.

Il sistema delle banche e degli altri intermediari finanziari vive appunto della creazione di questi strumenti e quindi ogni limitazione di autonomia è impossibile. Alcuni di questi strumenti sottendono un vero e proprio credito di moneta, altri strumenti rappresentano beni reali ovvero quote di partecipazioni in impresa, altri ancora sono strumenti privi di un valore intrinseco, sono cioè strumenti “derivati” da un qualche indicatore sottostante osservabile.

Questa piramide di strumenti è solo in piccola parte legata all’economia reale; cioè è solo in piccola parte legata ad una vera e propria operazione di credito sul mercato dei beni e servizi o a una partecipazione o a una vera copertura di rischio. In molti casi è fatta da strumenti finanziari puri, di natura essenzialmente speculativa.

Il sistema monetario e finanziario, lasciato a se stesso, decide da sé quanti strumenti finanziari creare, quanto credito e quanta moneta. Esso non è influenzabile, se non molto indirettamente, dalla banca centrale. Esso è dunque pienamente endogeno. La dimostrazione è data dal fatto che oggi c’è una grande differenza tra il mercato monetario della moneta “tre” (le riserve presso la banca centrale) e quello della moneta “quattro” (i conti correnti bancari).

La banca centrale, oggi, consapevole del fatto che il sistema è in recessione, cerca di immettere moneta con vari strumenti, causando una stagnazione quasi prossima allo zero dei tassi interbancari, i quali esprimono il “costo” della moneta di tipo “tre”, come ad esempio l’euribor. Quindi, per dirla così, inonda il mercato di moneta bancaria, meno di quello che fanno tutte le altre banche centrali dell’occidente (USA in testa) ma comunque non si discosta molto da questa politica che viene detta “accomodante”. Però questa inondazione non si trasmette per niente alla moneta “quattro” che resta assai rarefatta nel mercato reale, causando la presenza di tassi reali altissimi (almeno in relazione alle attuali condizioni di depressione) e, semplicemente, la negazione del credito a chi ne fa richiesta (il cosiddetto credit crunch) se non a condizioni talmente vantaggiose per la banca che, per dirla volgarmente, fa credito solo a chi ha già il denaro e quindi non ne ha bisogno.

In questo modo il sistema teorico di funzionamento è completamente inceppato e le banche commerciali sembrano aver cessato di svolgere la loro principale funzione storica, che era quella di dar credito a chi, per una ragione o altra, deve fare investimenti o comunque acquistare beni di consumo durevoli.

Questo inceppamento ci dà occasione di mettere in discussione una vecchia e rispettata teoria monetaria: quella del moltiplicatore e della riserva frazionaria. Per i “non addetti ai lavori” questa non dice altro che, sulla base di una piccola percentuale di contante, si crea una massa monetaria pari ad un multiplo della stessa (da cui appunto la parola “moltiplicatore”). Secondo questa teoria se emetto banconote per 100, una parte resta nei portafogli di famiglie e consumatori, una parte viene depositata in banca. La banca, a sua volta, in parte la presta, creando conti correnti e quindi credito, in parte, per prudenza o per obbligo, la detiene sotto forma di contante o sotto forma di riserve presso la banca centrale. Della moneta bancaria creata e immessa nel sistema, di nuovo imprese e consumatori una parte la depositano, e le banche, a loro volta, su questa in parte la trattengono e in parte la riprestano, e così via, all’infinito, ma sempre meno, fino ad arrivare al limite ad una massa di conti correnti che è un fattore multiplo delle banconote emesse.

Forse questa teoria ai tempi di Keynes o negli anni ’60 potrebbe essere stata corrispondente alla realtà. Certo è che oggi nell’Eurosistema essa parte da presupposti che non esistono più da tempo. Intanto non è vero che per avere un conto corrente bisogna prima avere i contanti. Semmai è vero esattamente il contrario.

La moneta che viene creata è direttamente bancaria (se non in minima e trascurabile parte, le monete “uno” e “due” di cui sopra) e comunque anche quella minima parte viene ottenuta dal pubblico soltanto avendo un conto corrente bancario di appoggio. Non posso prendere banconote al bancomat se non ho prima una giacenza di conto corrente. Non posso, praticamente, prendere banconote da uno stipendio o da una pensione se prima questo o questa non è accreditata su un conto corrente (sopra i 1.000 euro in Italia e per qualunque somma ai dipendenti pubblici).

Non è quindi praticamente vero che le banconote generano i conti correnti. Semmai viceversa. Ma soprattutto non è più vero che la banca centrale imponga determinate riserve di conti correnti presso di sé. In passato questa riserva, detta “riserva frazionaria”, era particolarmente alta per evitare che le banche, prestando moneta all’infinito, creassero infinita moneta, facendone collassare il valore. Costringendo le banche a tenere il 20 o il 30 % dei depositi “congelati” nella moneta “tre”, ne impedivano la proliferazione. Dal primo circolante depositato (100) veniva fuori un conto corrente di 70, poi del 70 % di 70, poi del 70 % del 70 % di 70, fino a stabilizzarsi rapidamente.

Oggi nei paesi finanziariamente più evoluti, come la Gran Bretagna, le riserve sono tenute dalle banche su base volontaria e la banca centrale controlla la massa monetaria attraverso i tassi d’interesse; negli Stati Uniti le riserve obbligatorie sono minime; in Europa, dove sono forse più consistenti, comunque sono sempre più determinate da calcoli di convenienza delle banche più che da obblighi di legge. E quindi la teoria del moltiplicatore è completamente falsificata dai fatti.

Le due monete bancarie, centrale e commerciale, fluttuano ormai quasi del tutto indipendentemente l’una dall’altra. Quando i giornali dicono che la banca centrale europea ha immesso un tot di moneta e lo ha prestato alle banche all’1%, le quali, a loro volta, l’avrebbero prestata a interessi molto alti agli stati, si dice una cosa piuttosto inesatta, perché le due monete di cui si parla sono monete diverse, e perché anche le quantità sono diverse.

Se la banca centrale inietta liquidità alle banche, poniamo per un miliardo di euro, all’1 %, l’unica cosa che può iniettare è “moneta ad alto potenziale”, cioè la “moneta tre” di cui sopra, cioè moneta legale vera e propria. Non è detto che questa moneta sia pari a quella che poi le banche a loro volta inietteranno fra i “comuni mortali”, cioè la “moneta quattro”.

Il ragionamento che fa la banca centrale è il seguente: se noi prestiamo questa moneta, le banche, che vogliono tenere una certa riserva presso di noi, si sentiranno spinte a crearne di nuova e la butteranno sull’economia. Ma così non è. Come mai? È vero che, avendo tra le mani questa “moneta tre” per gli scambi interbancari, le banche hanno incentivo a creare molta più “moneta quattro”, ma poi sono le stesse banche a decidere a chi prestarla, cioè dove investirla.

Ora, si dà il caso, che creare moneta e investirla sui mercati finanziari sia oggi molto più vantaggioso mediamente che prestarla ai mercati reali, dove la crisi rende assai incerto il credito. E quindi succede che le banche creano una quantità di moneta più ampia di quella ricevuta dalla banca centrale, ma la riversano tutta, o quasi, nella speculazione, poca o niente nei mercati reali, e quest’ultima, quasi tutta, nelle regioni e negli stati a più alta produttività, facendo letteralmente sparire la moneta dai paesi poveri dell’Europa. La cinghia di trasmissione è quindi completamente rotta.

Perché questo accade? Perché le banche non sono più, come in passato o banche veramente commerciali o banche d’investimento, ma hanno fuso e confuso questi due ruoli. In passato, prudentemente, le vere e proprie banche che creavano moneta non potevano fare speculazione con la moneta creata; dovevano quindi prestarla per forza al sistema produttivo o altrimenti lasciarla inoperosa. Le banche speculative, o d’affari, non creavano moneta, ma prendevano moneta da chi ne aveva in eccedenza e voleva rischiare, e la investivano dove fruttava meglio, valutando il rischio ma anche accollandoselo. Se fallivano, non facevano fallire l’intero sistema, ma solo gli speculatori che gli stavano dietro.

Oggi le due funzioni sono confuse, nel nome del “libero mercato”, ma questo espone il sistema alla destabilizzazione, al dirottamento della moneta immessa sui mercati speculativi, e non ultimo al ricatto delle banche agli stati che, quando rischiano di fallire, sebbene a causa dei loro stessi investimenti, possono chiamare la collettività a risponderne invocando il rischio di un tracollo finanziario.

Il credit crunch nasce proprio dalla compresenza di questa innaturale commistione di ruoli nella banca e del fatto che l’emissione monetaria è stata completamente, o quasi, appaltata alle stesse dagli stati. Il dirottamento di moneta sui mercati finanziari, ancora, crea una ricchezza virtuale, in mano agli investitori, di molti ordini di grandezza superiore rispetto a quella reale e disponibile. Nel momento in cui i detentori della ricchezza finanziaria, in un modo o in un altro, tentano di convertire in beni reali la loro ricchezza, l’incapienza di questi crea fatalmente un tracollo di tutti i valori, ma soprattutto crea un immenso travaso di ricchezza dalle tasche di chi produce (i lavoratori, le imprese, gli stessi stati) alle tasche di chi ha soltanto speculato.

Il sistema quindi sembra sistematicamente preordinato all’impoverimento generale e all’arricchimento di una ristrettissima minoranza di rentiers. Chi attribuisce alla poca produttività, o alla corruzione dei politici, o ad altri estemporanei bersagli, l’attuale evidente impoverimento generale di individui e interi sistemi economici, non si avvede (o finge di non avvedersi) della strutturale disfunzionalità del sistema.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche, potendo creare moneta, non dovrebbero mai fallire, giacché ne potrebbero creare all’infinito.

E qui entra in gioco, per spiegare questo apparente paradosso, il fatto che la moneta che creano, in fondo, è pur sempre fiduciaria, a differenza di quella creata dalla banca centrale. Infatti, per evitare che le banche, attratte dai guadagni speculativi, creino moneta all’infinito, facendo collassare rapidamente l’intero sistema, nel tempo sono stati individuati dei requisiti patrimoniali che le banche devono avere per potere continuare a prestare, e quindi a creare moneta. A parte il fatto che il prezzo lo paga sempre la moneta immessa nei mercati reali, che è la meno conveniente dal punto di vista delle banche, e quindi il fatto che questi limiti all’espansione del credito hanno in ultimo un effetto restrittivo, resta anche che le banche temono che, al peggiorare del loro rating, i depositanti abbandonino la banca e si rifugino nella moneta emessa da una concorrente.

L’aver creato questa continua concorrenza sul punteggio ottenuto esaspera la competizione e strangola i piccoli istituti di credito, favorendo colossali concentrazioni bancarie, un tempo impensabili, ma comunque lascia smpre esposte le banche al rischio di insolvenza. Il sistema dunque non è stabile nemmeno per le banche stesse. Altro elemento di instabilità è l’impossibilità assoluta per gli stati di creare moneta, sia direttamente, sia per mezzo di banche centrali realmente pubbliche. Questa è creata endogenamente dal mercato.

Lo stato può creare solo “debito”, ma anche questo, per ovvi motivi di sostenibilità, solo entro certi limiti, ed entrando in una contraddizione insolubile. Se lo stato, per risanare, non crea debito, le banche non creano liquidità da immettere nel sistema, quindi riducono la moneta nel sistema causando recessione, perché l’unica (o quasi) modalità di creazione di moneta oggi è quella in cui mentre c’è qualcuno che crea moneta ci deve essere qualcun altro che si indebita. Non creandola si va in recessione. Ma, al contrario, se si crea debito, questo prima o poi dovrà essere pagato con gli interessi. Il servizio del debito comprime la spesa per consumi e per investimenti, e quindi crea ancora una volta recessione.

Il sistema è insostenibile strutturalmente al di là di ogni moralismo e buona volontà. A meno che non venga moneta dall’esterno a risanare tutto, per esempio con un surplus di esportazioni. Ma un sistema in recessione con una moneta forte non potrà mai recuperare competitività, con tutta la buona volontà e il moralismo, e quindi è destinato a non uscire mai dalla trappola della recessione, come ci insegna la triste esperienza dei paesi mediterranei di questi anni. Si apre dunque un circolo vizioso.

Anche l’idea della “svalutazione interna”, cioè dell’abbattimento dei diritti e del costo del lavoro al livello dei cosiddetti paesi emergenti non si realizza, cioè non crea produttività, giacché il costo del lavoro non può essere incoerente con il costo della vita che, in Europa, è sostanzialmente tarato su quello dei paesi più ricchi. L’idea di pagare ai lavoratori mediterranei stipendi “indiani” con un costo della vita “tedesco” è soltanto una chimera, irraggiungibile alla prova dei fatti. Il sistema improduttivo non può ricevere sostegno finanziario dai paesi con l’euro più produttivi, perché – per trattato – le finanze europee sono quasi a compartimenti stagni: la moneta è unica, ma ognuno si introita le proprie tasse e paga le proprie spese.

Non esiste dunque un unico sistema economico, con finanze accentrate e piena mobilità ma tanti sistemi economici quanti sono gli stati (come era prima dell’introduzione della moneta unica) e nello stesso tempo un’unica area valutaria. Anche quando si dice che si devono “unificare” le finanze o le politiche fiscali non si parla mai di un “superstato” redistributore della ricchezza a livello continentale ma soltanto dell’uniformità delle regole fiscali di pareggio o di contenimento della spesa fra soggetti strutturalmente diversissimi tra loro, ciò che fatalmente non può che accrescere le differenze stesse.

Se uno stato, per ragioni storiche, o strutturali, o solo perché marginale rispetto al cuore del sistema (che naturalmente è l’area tedesca) ha una competitività di partenza peggiore entra fatalmente in deficit commerciale con i propri partner. Esistono meccanismi di mercato spontanei riequilibratori? No.

I fattori della produzione più importanti, tra i quali il lavoro, non possono di fatto scorrere liberamente da una parte all’altra dell’Unione: le differenze linguistiche costituiscono, ad esempio, una barriera ancora formidabile, e che tale resterà certamente per molto tempo ancora. Teniamo a mente questa differenza, perché è questa che peggiora la condizione rispetto ad altri casi simili del passato.

Anche l’Italia non è mai stata, dall’unificazione, un’area valutaria ottimale; però la “confusione” delle finanze ha fatto confluire una parte (seppure minoritaria) della spesa pubblica nelle regioni sfruttate del Mezzogiorno, consentendo loro di sopravvivere (o prolungandone l’agonia, a seconda dei punti di vista) e i meridionali ormai possono spostarsi al nord senza incontrare quasi più alcuna barriera etnica o linguistica (anche se, fino a cinquant’anni fa circa, non era proprio così).

Non così avviene in Europa. E quindi quando si dice che oggi l’Italia intera diventerà, insieme agli altri paesi mediterranei, il nuovo Mezzogiorno d’Europa, si dice una cosa vera solo in parte; in realtà la situazione è peggiore. Lo sbilancio commerciale non può essere compensato più di tanto con la fuga di moneta verso i paesi ricchi (a un certo punto la moneta finisce) né i paesi poveri possono svalutare la propria (giacché non l’hanno più), e quindi possono solo indebitarsi, cioè compensare il deficit commerciale con un afflusso di capitali presi a prestito. Ma il debito incontra limiti strutturali e quindi poi dovrà essere pagato o ridotto. L’unico modo per (tentare di) farlo è inasprire quanto più possibile la pressione fiscale, tagliare quanto più possibile la spesa pubblica, al limite confiscare – come è accaduto a Cipro – i patrimoni privati.

Ma questa politica, lungi dal risanare le finanze pubbliche, le conduce al peggioramento. La domanda interna precipita, con essa l’offerta e la produzione. La stessa capacità produttiva del paese (l’offerta di pieno impiego) in assenza di investimenti deperisce, arretra. Di conseguenza aumenta, a legislazione vigente, la spesa per assistenza sociale e diminuisce l’entrata da gettito fiscale, peggiorando ancora le condizioni finanziarie dello stato debole.

Neanche la (s)vendita delle residue imprese di stato o di ciò che resta del patrimonio pubblico può dare soluzione al problema, se non come tamponamento di breve respiro. La spirale negativa così si alimenta senza sosta e senza possibilità di stabilizzazione, con un effetto netto di distruzione di ricchezza senza precedenti e di trasferimento massiccio di ricchezza da parte dell’intero sistema economico (pubblico e privato insieme) ai “creditori” del sistema, in ultima analisi questi consistendo nel sistema bancario che crea la liquidità (in pratica battendo moneta) e la presta a interesse al sistema “colabrodo” che, per le ragioni viste, la vede sparire in pochi passaggi.

In una parola l’attuale ordine monetario europeo è insostenibile nel medio termine, se non forse al prezzo di devastanti effetti economici e sociali, e forse neanche con quelli.

È correggibile il sistema con una serie di mirate riforme? Teoricamente sì, anche se va ammesso che tutte appaiono appartenere al regno dell’impraticabilità politica. In teoria si dovrebbe, immediatamente, e a titolo di esempio:

  1. Separare nettamente le funzioni delle banche che erogano credito alle famiglie e alle imprese (le c.d. retail banks) da quelle di investimento, industriali o speculative e impedire l’emissione di moneta bancaria alle seconde per legge; 
  2. Superare le previsioni astratte dei trattati sulla funzione della BCE di tenere “fermi” i prezzi a prescindere dalle condizioni di domanda e di offerta aggregata e dai livelli di disoccupazione reali; 
  3. Superare i ciechi divieti imposti alle spese della pubblica amministrazione quando questi riguardano spese per investimenti o spese fisse obbligatorie come pensioni e stipendi pubblici e il loro adeguamento monetario minimo o spese sociali di prima necessità come quelle dell’istruzione e sanitarie; 
  4. Consentire alla BCE l’acquisto di titoli del debito pubblico sul mercato primario o comunque strumenti equivalenti attraverso i quali la stessa crei moneta senza passare necessariamente dal sistema bancario; 
  5. Incentivare l’uso del contante emesso direttamente dalla BCE o consentire, entro limiti prefissati, agli stessi stati, di emettere banconote aventi corso legale nell’Unione; 
  6. Abolire l’obbligo di bilancio in pareggio nel breve termine e con esso imporre, al contrario, dei limiti alla pressione fiscale sostenibile; 
  7. Garantire trasferimenti finanziari consistenti, soprattutto per spese in conto capitale, a favore delle regioni e degli stati più poveri dell’Unione al posto dei prestiti oggi praticati; 
  8. Pubblicizzare, formalmente e sostanzialmente, la Banca Centrale Europea, rendendo la Governance della stessa soggetta al controllo democratico dei popoli europei e a quello politico degli stati dell’Unione.

Chi scrive non ritiene certo sufficienti gli strumenti sopra elencati che manterrebbero alcune distorsioni tipiche del moderno sistema capitalistico (l’appalto esclusivo alle banche della funzione pubblica dell’emissione di moneta) o che manterrebbero forzatamente, entro un unico “cappello” monetario, aree economiche non appartenenti ad un’area valutaria ottimale. Però si ritiene che queste riforme, sebbene imperfette, andrebbero nella giusta direzione, cioè praticamente in quella opposta all’attuale.

Non c’è bisogno di dire che, anche queste timide riforme, sarebbero del tutto impraticabili oggi sul piano politico, perché presuppongono una solidarietà fiscale a livello europeo tra “ricchi” e “poveri” che i primi hanno apertamente dichiarato di non volere mai nel modo più assoluto. Le ipotesi di cui sopra sono quindi soltanto ipotesi di scuola.

E neanche vale parlare – come fanno alcuni – di “rinegoziare” il debito. La rinegoziazione rinvia soltanto il problema ed ha quindi solo effetti transitori. Un sistema che crea strutturalmente debito per i più deboli non cambia natura se periodicamente questo debito viene in parte abbonato, ma prolunga l’agonia del sistema e la dipendenza dei “deboli” dai “forti”, senza possibilità di cambiare mai i ruoli.

Non ci sono dunque alternative. O si accetta la catastrofe “morendo per Maastricht” – come dice qualcuno –, o si esce dall’Eurozona, ciò che non appare nemmeno nel breve termine di facile realizzo, o si accetta il sistema, ma lo si contra con la creazione di uno strumento interno di circolazione che, solo per le transazioni interne e su basi fiduciarie, scorra parallelamente alla valuta ufficiale. E in quest’ultima alternativa – lo si ribadisce ancora una volta – nel seguito parleremo solo di Sicilia e non di Italia.

La Sicilia è area valutaria ottimale rispetto a se stessa, non con l’Italia. La Sicilia è un sistema dipendente da quello peninsulare sotto molti profili ma strutturalmente autonomo, cioè dotato di interessi propri, anche se sistematicamente sacrificati, e quindi è in Sicilia che si deve iniettare la valuta complementare regionale di cui andremo a parlare.

Per quanto riguarda l’Italia appare difficile oggi prevederne le sorti. Da un lato i poteri forti potrebbero mettere in atto ogni mezzo pur di prolungare lo statu quo dal quale dipende la loro fortuna. Dall’altro il sistema, insostenibile com’è, potrebbe collassare comunque e al di là di ogni politica e volontà.

In ogni caso da un ritorno alla lira la Sicilia beneficerebbe solo in parte, tornando nella migliore delle ipotesi alla situazione di subalternità sopportabile che avevamo ai tempi della lira stessa.

Per questa ragione nel seguito non parleremo di euro o lira, ma genericamente di “valuta ufficiale adottata dall’Italia” o “moneta legale”, dando per scontato parimenti che questa è e dovrà continuare ad essere la valuta legale corrente in Sicilia.

Altre ipotesi, che pure in astrazione potrebbero essere preferibili, come una fuoriuscita “secca” della sola Sicilia dall’Eurosistema, l’adozione di una propria moneta come valuta legale con una propria politica valutaria e monetaria, per quanto in teoria desiderabili, non sono neanche contemplate in questa sede. L’unione monetaria (e a fortiori politica) dell’Italia è in questa sede un postulato del nostro percorso logico. Se in futuro ci saranno diverse condizioni, allora anche i principi potranno cambiare; in questa sede significherebbe soltanto alimentare inutili polemiche e fare inutile accademia, nel senso deteriore del termine.

3) Negazionismo, Signoraggismo ed alcuni equivoci ricorrenti

Nota: Il presente capitolo è destinato essenzialmente a chi ha dimestichezza con la più ricorrente pubblicistica in materia monetaria. Chi si avvicinasse per la prima volta al tema, invece, può basarsi su quanto detto ai due precedenti e passare direttamente più avanti.

Dopo la premessa teorica e quella istituzionale di cui ai precedenti capitoli, si potrebbe forse passare alla proposta vera e propria. Non ce la siamo sentiti, tuttavia, di procedere oltre senza sgombrare il campo da alcuni gravissimi equivoci – tali almeno a parer nostro – che letteralmente infestano oggi il web, alcuni interessati e in malafede, altri perfettamente ingenui, ma non per questo meno fuorvianti.

Già si prevedono reazioni a quel che stiamo scrivendo: stiamo parlando di signoraggio? sei un “auritiano”? e altre amenità simili.

Ebbene, a chi legge, con questa “letteratura” qui abbiamo ben poco a che spartire. Si tratta di una letteratura ingenua, naif, che parte dall’avvistamento di un problema vero e negato ai più, ma che poi viene affrontato con la perizia del salumiere che si improvvisa fisico nucleare.

Si prendono lucciole per lanterne, si vede lontano un miglio che chi scrive queste cose ha un’idea lontanissima, nella migliore delle ipotesi assai datata, di come funzioni realmente oggi l’emissione della moneta. Accenneremo poi a cosa spiega e ispira questi scritti.

A ben vedere, però, non è solo dal “Signoraggismo” che un sano, proficuo, maturo riformismo monetario deve difendersi o prendere le distanze. Il nemico più temibile è il suo esatto opposto: il “Negazionismo”.

Il Negazionismo pretende che, quando si parla di economia, sia letteralmente tabù parlare di moneta. Se se ne deve proprio parlare, allora si deve recitare un “mantra” convenzionale, tacciando di scimunitaggine, o complottismo, o ignoranza, o malafede, o pazzia, tutti coloro che osano discuterne e parlarne in termini razionali.

A chi scrive è personalmente capitato di introdurre, non sono molti anni, temi riguardanti la moneta, e vedersi spuntare dal nulla evidenti e molteplici “troll”, i cui interventi, confusionari e tecnicisti ad arte, avevano l’unico, evidente e mirato obiettivo di far saltare in aria una discussione che potesse anche lontanamente avvicinarsi alla comprensione di un meccanismo tanto fondamentale per l’economia come quello della moneta. Le argomentazioni, quasi da ordine di scuderia, erano sempre le stesse. La prima è che “la moneta non è un problema”. I problemi – fateci caso – sono sempre “altri”: Craxi che rubava, gli shock petroliferi, tutto, ma guai ad avvistare nella moneta anche qualche piccolo problema. Si viene sistematicamente accusati di depistare l’attenzione dai veri problemi. La moneta, come dicevamo al primo capitolo, sarebbe solo un “velo” che copre transazioni reali. Essa non ha un vero valore, è solo mezzo di scambio, roba tecnica da affidare a specialisti che la amministreranno senz’altro per il nostro massimo bene. Fine della discussione.

Come abbiamo visto, invece, non si può neanche parlare di equilibri macroeconomici ignorando il ruolo della politica monetaria. Nessuno ha mai asserito che questa da sola basti come bacchetta magica; ma non importa, il negazionista di mestiere ti mette in bocca questa frase per poi dileggiarti: “ora stampiamo moneta e tutto si aggiusta, che ridere!!”. Slealtà sistematica che non merita commento. La seconda è che, quando si parla di moneta pubblica, subito sparano di iperinflazione, di Weimar, dello Zimbabwe, della carriola di soldi che servirebbe per fare la spesa.

Nessuno di loro, però, è mai riuscito a spiegare perché la medesima quantità di moneta, immessa nel sistema dallo stato, dovrebbe creare maggiori problemi di inflazione rispetto a quella emessa da banche commerciali. Dicono solo che, se la moneta è pubblica è di più, anzi è infinita, rispetto alla moneta privata. Com’è che in molti paesi ciò non succede? Mistero.

Oppure dicono che si tratta di paesi “non democratici” come i nostri (Iran, Cina, ad esempio). Inutile obiettare che già questo falsificherebbe l’idea di partenza; non l’ammetterebbero mai. Inutile obiettare che nel nostro Dopoguerra la maggior parte di moneta che circolava era contante, e che questo era emesso da una banca centrale che allora era realmente pubblica, eppure la lira era inchiodata a 625 per dollaro. Ti diranno che erano “altri tempi”. Insomma, per ogni evidenza che si possa portare, mettono sempre un’ipotesi secondaria a giustificare la loro scombiccherata e terroristica premessa.

La terza è che solo con l’attuale sistema monetario sono possibili le liberal-democrazie. Che solo “nazionalizzando le banche” si potrebbe superare ogni obiezione e che, quindi, essendo noi alfieri della libertà e della democrazia, non potremmo mai accettare una cosa del genere. Che ci sia di democratico in un sistema che spossessa il popolo, attraverso i propri rappresentanti, di decidere del proprio destino, non è dato sapere. Secondo questa logica l’attuale Unione Europea sarebbe, in confronto alla “vecchia” Repubblica Italiana, campione di democrazia. No comment. E in ogni caso, negando l’evidenza, persino quella accettata da molti economisti, secondo cui la banca “crea” la moneta che presta, arrivano alla conclusione che il “regime” che viviamo è il migliore dei mondi possibili. “Non ci sono alternative!” Fuori è un baratro, è la morte. Meglio porgere fiduciosi il collo al giogo, che affrontare inenarrabili pericoli, che sono tanto più terribili quanto più misteriosi. Su questa “corrente di pensiero” credo che quanto detto basti.

Mi pare semplicemente evidente che ci troviamo di fronte ad un conservatorismo assai miope, disposto a tutto pur di non mutare di una virgola un ordinamento da cui “qualcuno” lucra grandissimi interessi, anche se quel “qualcuno” dovrebbe sapere che a un certo punto la vittima, morendo, rischia di portare con sé nella tomba anche il parassita. Ma sono miopi, l’abbiamo detto. Non riescono ad arrivare a tanto.

Si tratta di una evidente copertura ideologica di interessi che nulla ha a che vedere con una vera riflessione scientifica. Per inciso si lasci accennare ad un altro “negazionismo”, questa volta di matrice marxista. I “marxisti” ortodossi non fanno scienza, né politica. La loro è semplicemente una religione, con tanto di libro sacro rivelato: Il Capitale di Karl Marx.

A scanso di equivoci, Marx è un gigante del pensiero, ma non ci sembra che sarebbe oggi contento di sapere che ci sono epigoni stupidini che cercano nei suoi scritti, di più di un secolo e mezzo fa, la risposta a tutto come nel “Manuale delle Giovani Marmotte”. L’analisi del capitalismo finanziario, nelle opere “rivelate” di Marx ed Engels, è appena abbozzata, perché appena abbozzato era lo sviluppo di questa forma di accumulazione del capitale. Lo intuiscono, con la loro genialità, ma non lo sviluppano. E quindi il marxista di oggi si cristallizza e non va più avanti nemmeno di un millimetro.

Il problema è sempre il conflitto di classe, i modi di produzione, il sovrappiù che il capitalista toglie al proletario, e via discorrendo. Inutile parlare di moneta con loro, il telefono dà sempre “occupato”. Si sono fermati allo schema D-M-D (Denaro – Merce – Denaro), e non si avvedono che, oggi, il capitalismo più avanzato ha scoperto il più vantaggioso D-D, senza passare più dalla merce, se non poi per andarsi a riscuotere tutto dai lavoratori (imprenditori e dipendenti) che oggi, insieme, costituiscono un’unica “classe” produttiva (per usare un termine marxiano), di fronte alla controparte degli speculatori.

Per fortuna costituiscono oggi una sparuta minoranza, assai fastidiosa tuttavia nel loro continuo refrain, intrigante come un disco rotto. Ma il vero problema teorico, quando si parla di moneta, è quello dei “presunti” compagni di viaggio: i Signoraggisti, i quali con il loro entusiastico fanatismo sono in grado di portare nel disprezzo e nella polvere le migliori intenzioni e motivazioni. Ci si lasci “stroncare” alcune baggianate che abbiamo letto qua e la. Il lettore non interessato vada subito alla parte più operativa, al prossimo Capitolo.

Partiamo da un opuscoletto teorico, del cui autore non si fa menzione, che ci è stato gentilmente fornito da un sostenitore di uno dei più noti circuiti di moneta complementare esistenti in Italia. Lo teniamo in grande considerazione, perché in questo opuscoletto si ritrovano pari pari, e raccolte insieme, tutte le baggianate signoraggiste che più facilmente si trovano sul web. Non le citiamo eanche tutte. Andiamo quasi in ordine sparso, praticamente man mano che si incontrano nell’opuscolo.

Una è quella che oggi la moneta è emessa a debito, mentre dovrebbe essere emessa a credito. Poveretti, sanno appena che il credito è il contrario del debito e lì arrivano, si fermano, e si esprimono così. Amici cari, la moneta emessa “a credito” è una contraddizione in termini: è impossibile! L’alternativa, più corretta, è quella tra moneta emessa “a debito” e moneta emessa “a ricavo”. Quando si emette moneta si ha una “fonte” di capitale, non un “impiego” e il credito è un impiego. Quindi la moneta emessa a credito non ha senso.

Per i non addetti ai lavori, gli impieghi vanno nella sezione “dare” dei conti a due sezioni, le fonti nella sezione “avere”. Qualunque cosa sia la moneta questa è una fonte e quindi deve stare in “avere”: appunto o come debito, o come patrimonio netto (o come flusso di patrimonio netto, cioè ricavo). Se, a fronte di questa fonte, c’è un obbligo di restituzione, allora è un debito; altrimenti, se il debito è irredimibile, come detto sopra, nella sostanza essa è una variazione positiva di patrimonio netto, cioè – grosso modo – un ricavo.

“La moneta emessa correttamente, risponde a princìpi di equità, merito e giustizia. Non crea né inflazione, né debito pubblico”. E qui si passa alla ideologia pura. Se la moneta è emessa “secondo virtù” non crea inflazione. E perché? L’inflazione si crea quando c’è troppa moneta (in relazione ai tassi di occupazione, come visto prima), non quando la emettono le banche al posto dello stato. Anche l’asserzione che solo la moneta emessa “male” crea debito è tutta da verificare. Il debito, come sbilancio tra entrate e uscite, può crearsi anche con una moneta integralmente pubblica, e perché non dovrebbe? A meno che non ci sia il retropensiero che la moneta, quando è pubblicizzata, consente una monetizzazione “integrale” di ogni debito, come sostiene qualche divulgatore volgare della MMT, ad esempio, che invece è una rispettabile teoria. Pazzia pura! Arrivati al pieno impiego il prezzo, questa volta sì, sarebbe quello di un’iperinflazione ingovernabile. La moneta “non avrebbe copertura”, il suo valore sarebbe fittizio! Perché costoro credono ancora che il valore della moneta non sia quello che le dà il mercato, ma quello incorporato nel bene fisico. In questo modo non si avvedono che il passaggio dalla moneta metallica a quella cartacea, e da quella cartacea a quella scritturale, è soltanto progresso tecnologico.

Vorrebbero arrestare il progresso. Non si accorgono che non è nella natura fisica diversa l’inganno, ma nelle diverse conseguenze giuridiche che attribuiscono diversamente i benefici a seconda del supporto fisico. Date alle banche commerciali il signoraggio primario sulle monete e allo stato il diritto di creare moneta bancaria e vedrete che non è il supporto fisico l’origine del problema.

Perché mai poi la moneta dovrebbe avere un costo per essere prodotta? Perché mai non dovrebbe esistere una moneta “fiat” se si può controllarne efficientemente il potere d’acquisto e indirizzarne i benefici economici prevalentemente verso interessi pubblici? Nessuno riesce a spiegarlo. La moneta senza copertura è, sostanzialmente, “peccato”.

Qualcuno dovrebbe spiegare loro che la “copertura” ha senso finché la moneta è un vero debito: infatti ieri le banconote avevano la “riserva metallica”, oggi i c/c hanno la “riserva frazionaria”, e anche questa sta sparendo. Quando la moneta perde la natura di debito la copertura non serve più a niente. È come se, andando indietro al tempo in cui la moneta era fatta di oro, avessimo preteso che a sua volta l’oro fosse coperto da “pecore” o altri beni reali simili, visto che l’oro non si mangia. Non ce n’era bisogno perché la funzione “oro contro pecore” era poco a poco svanita; ormai l’oro era diventato un bene in sé, dotato di un valore proprio. E così, proprio in maniera identica, è accaduto o sta accadendo ai suoi successori: dapprima la carta, poi il c/c.

Il fiat money, se opportunamente usato, funziona benissimo ed è geniale senza essere malvagio. Più in generale non si capisce mai bene l’atteggiamento dei signoraggisti nei confronti del cessato “gold standard”: era un frutto del demonio o era un paradiso perduto? L’unica cosa che si capisce è che le due affermazioni non possono coesistere, come invece tranquillamente fanno in ogni testo signoraggista che si rispetti. Quando viene istituito il gold standard è frutto del demonio, oggetto di una cospirazione plurisecolare, quando viene superato, con Nixon, diventa di colpo un paradiso perduto. Boh!?

I signoraggisti poi danno un’enfasi sproporzionata al problema del signoraggio sulle banconote. Come se oggi servissero ancora a qualcosa, sul serio. Non si accorgono, o si accorgono solo in piccola parte, che la vera moneta è ormai altrove. Perché perdere tutto questo tempo a parlare del 3 % della moneta in circolazione? E poi sbagliano pure i conti. Non sanno che gli interessi sui titoli che la banca centrale investe a fronte delle banconote emesse, sono restituiti allo Stato, fino all’ultimo centesimo. Come sempre sono dilettanti che sbagliano bersaglio. Sostengono una non documentata teoria storica, presa da letteratura inglese un po’ underground, secondo cui le banconote sarebbero state inventate dagli orafi. In Italia, patria del commercio medievale, non c’è traccia di questo processo. Sono i primitivi banchieri privati che emettono ricevute di deposito per le monete pregiate depositate presso di loro, ma questo sistema, collassato ai primi del ‘500, fu sostituito da un sistema di “banchi pubblici di deposito” (in cui la Sicilia fu all’avanguardia, ma qui non mette conto dire), che facevano circolare titoli monetari “coperti” al 100 % o quasi. Al Sud, statistiche della Banca d’Italia alla mano, questi titoli costituivano all’Unità d’Italia la massa monetaria più imponente che circolava in Italia, molto di più del Centro-Nord dove la circolazione delle banconote era ancora in uno stadio molto più involuto. La banconota non coperta, cioè come titolo fiduciario, fu in pratica un’invenzione della Bank of England del 18° secolo. Ancora fino al 1700 emetteva banconote dotate di interesse. Non era cioè vera moneta. E ancora in pieno 18° secolo ci sono cause che trattano (in Inghilterra) le banconote come fossero cambiali. Insomma le basi storiche del Signoraggismo appaiono spesso frettolose, approssimative e sostanzialmente mitologiche. Altra certezza inossidabile dei signoraggisti è che tutte le banche centrali del mondo oggi siano società per azioni privatissime. Qualcuno gli dica che la Banca d’Inghilterra fu nazionalizzata dai laburisti nel Dopoguerra e che tale è restata. La situazione è molto variegata. La Federal Reserve, effettivamente, ha caratteri privati prevalenti su quelli pubblici, e questo, per la maggiore economia del mondo, resta un fatto gravissimo. Ma non si può generalizzare. I casi vanno studiati ad uno ad uno senza pregiudizi. La Banca d’Italia, ad esempio, fu pubblicizzata dal Fascismo nel 1936, e tale rimase per legge sino al 1990 quando, con la privatizzazione degli istituti di credito pubblici, si è aperta la strada ad una privatizzazione del suo capitale.

Oggi, purtroppo, la maggior parte del capitale della banca centrale italiana non è in mani pubbliche. E questo è certamente iniquo. Ma non per questo si può dire semplicemente che “è privata”. Semmai è un miscuglio maleodorante di pubblico e privato. La Banca d’Italia è oggi un’azienda semi-pubblica, tanto che lo Stato si appropria di utili che solo in parte vanno ai privati, resta formalmente “di diritto pubblico” e sempre lo Stato nomina il Governatore. C’è semmai uno “stato di fatto”, in cui gli interessi privati prevalgono, ma sul piano del diritto bisognerebbe essere più prudenti prima di fare affermazioni troppo grossolane. Tacciamo per carità di patria sul moltiplicatore e sulla riserva frazionaria. Qui non sono solo i signoraggisti a sbagliare. Ci credono ancora la maggior parte degli economisti.

Quello che appare inaccettabile è la conclusione cui il Signoraggismo perviene di fronte all’evidente fatto che il sistema bancario crea la moneta che circola. L’affermazione più ricorrente è che “la banca presta denaro che non esiste!”. E non è vero, cari amici, non è vero che non esiste. Nel momento in cui lo crea, il denaro esiste, eccome. Tanto è vero che è buono per acquistare case e fare la spesa. Il problema non è che il denaro bancario “non esiste”, ma che “non è pubblico”, bensì creato da società per azioni. Tutto qua (si fa per dire).

Ancora, si legge qua e là, che il denaro “creditizio”, cioè quello creato dal sistema bancario è distinto dal denaro “vero”, cioè quello fisico di banconote e monete metalliche. Come se la moneta avesse bisogno per forza di un supporto fisico per essere “vera”. Il primo, quello “creditizio”, creerebbe inflazione, il secondo, quello “vero”, no (?!). Perché? Atto di fede.

Poi, sull’inflazione, i signoraggisti vanno in ordine sparso, anche all’interno di uno stesso contributo. C’è chi crede che mai e poi mai l’offerta di moneta e credito si possa risolvere tutta in inflazione; cioè crede che l’offerta aggregata possa crescere … all’infinito, anche quando è stata esaurito tutto l’impiego dei fattori produttivi. E in questo caso, più moneta c’è meglio è. C’è chi, al contrario, crede che la moneta crei inflazione, ma crede anche che questo non sia un problema, anzi quasi quasi un vantaggio: ignora, in altre parole che la c.d. “Curva di Phillips” (quella, per intenderci che dice che disoccupazione e inflazione sono inversamente proporzionali l’una dall’altra) è stata abbondantemente falsificata quando non ci siano condizioni stabili nell’offerta, e che quindi è possibile anche la famigerata “stagflazione” (compresenza di inflazione e disoccupazione) come avvenne negli anni ’70.

Altro inutile moralismo si fa contro il lavoro dei banchieri o dei banchieri centrali in quanto tale. Nel citato opuscolo, a sostegno di questo predicozzo ideologico, si osserva che un banchiere centrale che stampa denaro su un’isola deserta muore di fame, pensando invece, forse, che il “buon selvaggio” che raccoglie le banane se la passerebbe meglio. Ora questa è un’altra emerita sciocchezza. Pure un ingegnere nucleare su un’isola deserta, o un dottore commercialista, o un impiegato delle poste, morirebbero tutti di fame, ma solo perché in quel contesto il loro bene o servizio risulta assolutamente non vendibile, non perché non esercitino nessun ruolo nella società. Non è criminalizzando un ruolo importantissimo nelle società attuali, qual è quello di immettere e di governare la moneta che costruiremo una società più giusta. La moneta è un bene come un altro, non “soltanto” un credito di beni e servizi come molti purtroppo ancora credono. È un bene che funge da mezzo di scambio e da riserva di valore. Da questo valore d’uso, dal costo della sua riproduzione (prossimo allo zero nella moneta bancaria) e dalla sua scarsezza relativa riceve un concretissimo valore di scambio (misurato dal suo potere d’acquisto e dall’andamento dei tassi d’interesse). Se scambi non ce ne sono, come nella citata isola deserta, allora perde ogni funzione, e quindi ogni valore, esattamente come un computer su un’isola priva di energia elettrica.

Il mondo ha bisogno di un sistema monetario più equo, non di una denigrazione ideologico-religiosa della moneta in quanto tale. Dire che la moneta è “opera del demonio” serve, in ultima analisi, ad allontanare la gente comune dalla comprensione dei meccanismi che ne regolano il funzionamento e quindi lasciarlo agli “addetti ai lavori”, i quali, saranno anche “anime perse”, ma poi, lontano da occhi indiscreti, pensano di poter fare sol per questo ciò che vogliono.

Similmente priva di fondamento è la critica all’interesse, come remunerazione del capitale finanziario di credito, in quanto tale, scambiata per il suo deliberato eccesso, l’usura. L’interesse è soltanto la remunerazione di uno dei fattori produttivi, il capitale (finanziario, essendo quello “economico” costituito da impianti, macchinari, etc., che sono altra cosa). È soltanto una questione di distribuzione di valore aggiunto. Sono tutti i fattori trasformatori che “congiuntamente” danno ai beni e servizi trasformati un valore maggiore rispetto ai beni e servizi acquistati come materie prime: la Terra (cioè la proprietà immobiliare), il Capitale (economico o finanziario), il Lavoro, il Coordinamento aziendale (o Imprenditorialità, cioè la capacità di combinare tra loro i precedenti), l’Ambiente (sociale, istituzionale, naturale). Questi fattori creano il cosiddetto Valore Aggiunto. La sua creazione è un fatto tecnico-economico, indipendente dalla sua distribuzione, che invece è fatto politico. Chi ha la titolarità di questi fattori è legittimato a prendere una fetta del valore aggiunto: i fitti passivi ai portatori di “Terra”, i noli ai portatori di “Capitale economico”, salari e stipendi ai portatori di “Lavoro”, imposte e tributi alle pubbliche amministrazioni, astrattamente titolari dei fattori produttivi “Ambiente”, dividendi ed interessi ai portatori di “Capitale finanziario” (rispettivamente di rischio e di credito), residuo gestionale o profitto all’azienda in quanto tale, come soggetto istituzionale, astrattamente titolare del fattore “Coordinamento aziendale”.

Chi ha il capitale e lo investe prestandolo alle imprese, direttamente con singoli prestiti, o indirettamente attraverso il sistema bancario, ha diritto ad una remunerazione per l’impiego dei suoi mezzi, non meno di chi mette la propria proprietà immobiliare. Che si scelga, come in Occidente, per un tasso contrattualmente determinato (fisso o variabile), o come nei paesi islamici per un tasso legato al rendimento dell’investimento (in ultima analisi anch’esso contrattualmente determinato), è questione che attiene ai contratti, non alla legittimità di principio. Il vecchio pregiudizio di Aristotele contro il denaro “che non frutta”, mentre la terra “frutta”, e che quindi giustificherebbe la rendita agraria contro l’interesse capitalistico, è soltanto pregiudizio di classe dell’aristocrazia terriera contro il ceto commerciale. Il valore aggiunto, infatti, è frutto “congiunto” di tutti i fattori, come il suono di un’orchestra è frutto di tutti gli strumenti, e non di un solo fattore produttivo, neanche del solo lavoro, con buona pace di Marx: nella nostra metafora avrà pure il ruolo di “primo violino”, ma anch’esso da solo non basterebbe mai a realizzare la produzione.

Ci possono essere questioni di equità e di misura, ma questo è altro problema. Semmai, ad un attento esame, se il capitale finanziario, costituito dalla moneta, è “monopolizzato” al momento dell’emissione da una ristretta cerchia oligarchica, questo cessa di essere “fornito” da chi ne ha in eccedenza per averlo accumulato in precedenti attività economiche o per altre ragioni, e diventa appannaggio esclusivo di una casta che detiene il monopolio della moneta.

L’idea del “voglio il mondo intero più il 5 %” non è vera in sé, ma rischia di diventarlo se tutte le transazioni si svolgono in moneta legale, il sistema non cresce più (non avendo alcun surplus da distribuire ai fattori produttivi), e lo stato non emette più alcuna moneta legale avendola tutta delegata al sistema bancario. Allora, e solo allora, questa ipotesi catastrofista potrà essere vera. Il fatto che in Occidente ci siamo vicini, o quasi, non basta a rendere illegittimo l’interesse passivo in quanto tale.

Altra ingenuità ideologica ricorrente è l’accusa indiscriminata contro la moneta che funge da riserva di valore. La moneta dev’essere sempre spesa, immediatamente. Possibilmente deve perdere di valore per essere spesa ancor più rapidamente. Abbiamo già detto che una moderata inflazione è funzionale al sistema anche per questa ragione, oltre che per far aggiustare i mercati laddove ci siano rigidità nominali verso il basso o anche per evitare che, in assenza di rischi, la gente preferisca conservare i contanti sotto il materasso anziché investirli nel sistema produttivo o, infine, anche per rimpiazzare la moneta fatta sparire dalla tesaurizzazione conseguente all’accumulazione. Tutto ciò è vero, ma negare ogni funzione economica alla riserva di valore significa negare per principio che possa esserci accumulazione di denaro. Negare per principio la possibilità che qualcuno, con il proprio lavoro, con le proprie capacità imprenditoriali, possa accumulare una qualche forma di ricchezza, per sé e per i propri discendenti, significa imporre una società comunista. Vogliamo questo? Diciamolo chiaramente e siamo coerenti. Sembra però che sino ad ora tutti i tentativi di forgiare un “uomo nuovo”, del tutto privato di ogni ambizione personale al miglioramento delle proprie condizioni personali, siano tutti falliti in modo clamoroso. L’accumulazione del reddito e la sua redistribuzione sono invece, a parer nostro, due principi antitetici che devono convivere in un sistema equilibrato bilanciandosi l’uno con l’altro. E poi siamo sicuri che un sistema in cui tutto il reddito è consumato, perché il risparmio è vietato, possa funzionare? Se non ci sono risparmi come si provvederà agli investimenti? Ci penserà lo stato per tutti? Sarà sempre efficiente questo intervento statale? Non verranno forse a mancare finanche gli investimenti minimi necessari a mantenere intatta la capacità produttiva? Un sistema che consuma tutto senza risparmiare, in cui il risparmio è dichiarato “reato” o “peccato”, è un sistema destinato a collassare, oppure a funzionare con un’altra merce rifugio eletta a riserva di valore da tutti coloro che non intendono bruciare ogni mese o ogni anno immediatamente tutta la propria capacità di spesa. E poi non si capisce quanto breve debba essere questa funzione monetaria. Si può tenere moneta per consumi dilazionati di un anno o è già “accumulazione” da combattere? E i risparmi per le ferie? O l’orizzonte è un mese? E perché non una settimana o un giorno? Oppure ogni volta che guadagniamo un euro dobbiamo spenderlo tutto entro 24 ore? Poi, ogni tanto, la moneta, da pubblica che è o dovrebbe essere all’atto della sua emissione, diventa improvvisamente “di popolo”. Che significa “di popolo”? Che ogni cittadino in casa ha una stampante autorizzata e si stampa la moneta che vuole? Che c’è una banca pubblica dove ogni mattina passeremo a ritirare il nostro dividendo di cittadinanza?

C’è grande confusione tra il concetto di stato e quello di popolo. Sono due cose ben diverse. Mai la moneta sarà di popolo, se non per pura asserzione ideologica. La moneta o è privata o è pubblica. Essa, quando emessa, sarà sempre nel lato “avere” del bilancio di una qualche azienda, privata o pubblica che sia. Poi, magari, se è pubblica, lo stato potrà dotare una parte dei benefici derivanti dalla sua adozione come “reddito di cittadinanza”. Ma già qui siamo al trasferimento finanziario di fondi dallo stato ai suoi cittadini. L’affermazione che la moneta è “di popolo”, è un non senso giuridico, economico ed aziendale. Non ci spingiamo oltre.

Il Signoraggismo appare un’accozzaglia di luoghi comuni e di contraddizioni senza fine. Talvolta si condanna il progresso tecnologico nella moneta in quanto tale, come quando si vagheggia la purezza dei bei tempi andati in cui si usava la “moneta di legno” (i “tally sticks”) nelle campagne britanniche, senza rendersi conto che la tanto vituperata Bank of England è stata in grado di fare una cosina che si chiama Rivoluzione Industriale, la stessa che consente oggi a questi signori di parlare su internet. Fosse stato per i loro pastori bucolici dove saremmo ora? Tal altra si fanno affermazioni irreversibili su un “nuovo ordine mondiale” che si sarebbe creato già con la fondazione della stessa banca centrale inglese alla fine del XVII secolo, non avvedendosi di alcune palesi incongruità: se il sistema produce debito in continuazione, come è che non è saltato già intorno al 1710 e va avanti da alcuni secoli? se l’ordine è così universale com’è che la Banca d’Italia era pubblica e lo Stato italiano stampava moneta di Stato sino a pochi decenni fa, ben dopo il “1694”? ma come diavolo avranno fatto a passarsi il testimone in questo “complotto plurisecolare” prevedendo tutto sin da allora, nei minimi dettagli, dall’euro al mitico “microchip sottopelle” che prima o poi dovrebbero installarci a tutti quanti come “segno della bestia”? e soprattutto, se sono così “invincibili”, noi che lottiamo a fare? Talvolta viene quasi da pensare che queste sparate siano messe proprio ad arte, se non addirittura finanziate, da parte di chi oggi guida il “vapore” per destituire di qualunque credibilità ogni proposito seriamente riformista.

Insomma non si tratta di cose serie. Ed è bene che, qualunque discorso serio si voglia fare sulla moneta, questi signori, visionari allucinati, vengano tenuti a una canna di distanza. Anche qui, proprio come nel “Negazionismo”, suo gemello speculare, si trova mitologia, irrazionalità, e, in ultimo, apologia di specifiche ideologie, quasi sempre antimoderne, che si cerca più o meno maldestramente di nascondere. Gratta gratta, e si trova un po’ di teorie nazifasciste, qualche nostalgico di qualche trapassato regime poliziesco di antico regime, qualche vetero-clericale litigato con ogni forma di modernità, pure con quella interna alla Chiesa Cattolica. Ciarpame ideologico, insomma, anche se talvolta innocuo. Si tratta di reazioni, giustificate in qualche modo, all’attuale regime vessatorio; ma di reazioni culturalmente impreparate e politicamente fuorvianti. Il “fondo di verità” che la letteratura signoraggista ci lascia, l’unico degno di nota, a nostro sommesso avviso, è già stato scritto nelle precedenti pagine: la moneta deve essere pubblica al momento dell’immissione nel sistema, la quantità della sua immissione deve essere decisa da una tecnocrazia indipendente tanto dal potere politico quanto dalle lobby private di ogni tipo, e tuttavia sottoposta alla legge e a regolari controlli, il settore bancario deve svolgere la sua essenziale funzione di intermediazione creditizia, abbandonando ad istituti specializzati la speculazione finanziaria, il regime giuridico della moneta deve essere del tutto indipendente dal substrato tecnologico su cui si fonda (metallo, carta, impulsi elettronici). Il resto è immondizia da gettar via.

4) I caratteri della moneta “ideale”

Poste le premesse di cui ai precedenti capitoli, resta da individuare quali siano i caratteri della moneta “ideale”, cioè di quella che consente di raggiungere tutti gli obiettivi desiderati di politica economica.

Intanto essa deve essere rappresentata da un titolo di rapidissima circolazione, che non deve incontrare nessun ostacolo, neanche di carattere fiscale, nel penetrare e irrorare di sé il sistema economico. La moneta è essenzialmente “mezzo di scambio”; qualunque cosa che ne inibisca l’uso è quindi contraria alle finalità per le quali la moneta è stata istituita. Il titolo, spesso nominalmente “di debito”, è di fatto un titolo di vera e propria “proprietà”. Il titolo “di debito” esprime un rapporto giuridico obbligatorio o “relativo” tra due persone. Una cambiale, ad esempio, è un credito per chi la detiene in portafoglio e un debito per chi l’ha firmata. Essa vale soltanto nel rapporto fra queste due parti. Essa non è dunque moneta in alcun modo. La moneta, invece, è un debito soltanto teorico per chi l’ha emessa, ma in realtà chi la detiene non può far valere alcun diritto nei confronti dell’emittente bensì di tutti i consociati (o di quelli che l’accettano) ai quali può darla in cambio dell’acquisto di beni e servizi. Essendo “affrancato” il debitore dall’obbligo di una specifica prestazione, essa “varca la soglia” che separa i mezzi di terzi dai mezzi propri, e diventa una vera e propria componente del Patrimonio netto dell’impresa che l’ha emessa, ancorché questa componente non possa automaticamente essere distribuita ai soggetti aventi titolo (soci, partecipanti, etc.). Varcando questa soglia cessa anche ogni necessità di “copertura”, parziale o totale, della stessa (riserva metallica per le banconote e la moneta bancaria della banca centrale, riserva frazionaria per i conti correnti e in genere per la moneta bancaria delle banche commerciali).

La moneta dunque è, a prescindere dalla forma giuridica, spesso retaggio di ciò che fu in epoche passate, un “provento” per chi la emette (e non più un debito) e un “diritto assoluto” per chi la detiene (da far valere nei confronti di chiunque). Perché goda di questa fondamentale proprietà deve possedere i seguenti tre caratteri essenziali: - Essere al portatore; - Essere uno strumento “irredimibile”; - Non produrre interesse alcuno.

La prima proprietà serve a garantirne la massima libertà di circolazione. I presunti vantaggi della “tracciabilità” (lotta al riciclaggio di denaro sporco, lotta all’evasione fiscale) sono certamente altrettanti ostacoli alla libera circolazione della moneta. Quando ci sarà un interesse, qualunque esso sia, lecito o illecito, a non rivelare l’identità di coloro che prendono parte all’operazione di scambio, questo avverrà con uno strumento diverso dal titolo tracciabile o non avverrà del tutto.

La moneta bancaria è oggi uno strumento all’ordine, o addirittura nominativo; tuttavia va riconosciuto che le modalità di circolazione e l’amplissima quantità di transazioni la rendono quasi del tutto simile ad uno strumento al portatore. Del resto non è il supporto tecnologico che impone la tracciabilità, ma la consente soltanto. Nulla impedirebbe la “coniazione” di carte di debito ricaricabili (e-wallet, cioè “portafogli elettronici”), identificati da un codice, ma trasmissibili al portatore senza alcuna formalità. Le esigenze di ordine fiscale o di ordine pubblico, pertanto, potrebbero e dovrebbero essere limitate soltanto alle transazioni di grande respiro (ad esempio, oggi, quelle superiori ai 10.000 euro), nelle quali compratore e venditore potrebbero avere l’obbligo di essere identificati. Spingere questa tracciabilità sulle transazioni minori e minime di fatto serve solo a limitare la libertà degli individui, potendo sapere tutto di loro, e potendo disporre in ogni momento di tutta la loro ricchezza in modo sostanzialmente arbitrario. Il rischio potrebbe essere quello di una “fuga” da una moneta troppo riconoscibile e il rifugio in monete estere o in metalli pregiati, facendo sostanzialmente fallire lo scopo per il quale la moneta è istituita. Il fatto che esistano sistemi evoluti in cui ciò non avviene dipende essenzialmente dal fatto che in questi la “fiducia” negli amministratori del sistema non è ancora venuta meno. Ciò che nulla toglie alla estrema fragilità del sistema una volta che, per qualunque ragione, questa fiducia venga meno.

La seconda caratteristica è quella che impedisce al detentore della moneta di andare a “riscuotere” il proprio credito mettendo in crisi il sistema. Anche qui la fiducia degli operatori può far andare avanti a lungo le transazioni anche con una moneta “redimibile”, detta per questo, appunto, “fiduciaria”. Ma anche in questo caso il sistema è instabile e fragile. Oggi le monete metalliche, quelle cartacee e quelle bancarie detenute presso la banca centrale sono “irredimibili”. Questo le rende, nel mercato interno, indistruttibili. Sul mercato estero la tenuta di un cambio fisso equivale ad una redimibilità, perché consente a chiunque di chiedere altra valuta in cambio di quella nazionale. E infatti le monete che si legano ai cambi fissi espongono se stesse a rischi speculativi, a meno che le loro economie non siano particolarmente forti, e sono quindi strutturalmente instabili. E a meno che non introducano un rigido controllo sui capitali, ma di questo parleremo a suo tempo.

Qui basti dire che la moneta bancaria delle banche commerciali non è del tutto irredimibile. Si può cambiare banca, costringendo la banca ad attingere alle proprie riserve presso la banca centrale; si può chiedere (sempre meno, ma lo si può ancora fare) il contante in cambio del deposito. Il sistema bancario, quindi, così com’è, non è stabile.

Ovviamente, ancora una volta, non è la natura della moneta a determinare la sua instabilità. La moneta bancaria della banca centrale è irredimibile, e quindi stabile. Quella delle banche commerciali non lo è. Se, per ipotesi di scuola, si portasse la riserva frazionaria della banche commerciali al 100 %, la moneta bancaria sarebbe completamente coperta e quindi la sua emissione equivarrebbe alla sua irredimibilità. Se, all’opposto, venissero abolite le riserve bancarie, ma l’emissione di moneta bancaria, sempre per ipotesi di scuola, venisse contingentata dalla banca centrale e ad essa venisse dato “corso legale” (e quindi le banche tra loro si scambierebbero i reciproci saldi di debito/credito nelle monete da loro rispettivamente emesse), non ci sarebbe nemmeno alcuna instabilità. Se, per contro, si tornasse al corso fiduciario della moneta cartacea, con possibilità di conversione in moneta metallica pregiata (aurea o argentea), allora anche la moneta cartacea perderebbe il beneficio dell’irredimibilità e, con esso, della stabilità. Per contro “irredimibilità” non vuol dire che, quando ritenga opportuno, l’ente emittente non possa volontariamente redimere la propria emissione ritirandola dal mercato e dando il controvalore (in moneta più pregiata) ai detentori della stessa. In tal senso l’aspetto formale di “prestito” o “debito” può essere mantenuto anche da una moneta irredimibile.

La terza caratteristica distingue la moneta da un qualunque investimento. Nell’investimento vero e proprio ci si spossessa di moneta e la si vincola da qualche parte, pretendendo una qualunque forma di remunerazione: che sia un tasso fisso o variabile o legato ai rendimenti come con i c.d. prestiti islamici. Quando deteniamo moneta, invece, essa non partecipa ad alcun processo produttivo se non per un artificio puramente contabile. Essa non partecipa ai processi produttivi più di quanto non lo facciano le monete e le banconote che sono nel nostro portafoglio: per quale ragione mai dovrebbe fruttare un interesse? La questione, tuttavia, meriterebbe un approfondimento che qui può essere solo accennato. Quando la banca emette moneta bancaria rileva in “dare” il credito (ad esempio un mutuo privato o il possesso di un titolo di debito pubblico) e in “avere” pone il c/c reso disponibile all’affidato (privato, impresa, stato). In realtà, in questo momento, si sta realizzando una vera finzione contabile, resa necessaria dall’occultamento del provento bancario per emissione monetaria. La realtà è che la banca crea moneta “dal nulla”, non sta aspettando che qualcuno depositi denaro in banca per poi prestarlo. Essa quindi, in “avere”, dovrebbe avere un provento o ricavo, a fronte del credito erogato, da porre in “dare”. La moneta in c/c, invece, è un “bene di terzi” dato dal cliente in gestione, che, come tale, dovrebbe essere contabilizzato “sotto la linea” tra i beni di terzi nei conti d’ordine.

Quando si emette moneta bancaria si ha un vero e proprio “sdoppiamento di valore” che chi scrive ha dimostrato in altro suo lavoro (nel 2009). La moneta bancaria è soltanto “gestita” dalla banca, non è investita altrove come sembrerebbe dalla lettura dei conti bancari. Ciò che la banca investe è il proprio provento da emissione monetaria occultato dal fatto che al suo posto è stato messo quello che in realtà è un conto d’ordine. Ad ogni modo la questione qui non è del massimo rilievo.

La banconota un tempo era un titolo di credito, e come tale fruttava un interesse. La prima banconota priva di interesse pare sia esattamente dell’anno 1700, stampata dalla Bank of England. Anche il conto corrente ne ha seguito la sorte. Un tempo aveva un interesse. Ora di fatto non lo ha più; anzi di fatto ha un interesse negativo dato dai costi di gestione del conto che trattiene la banca stessa. Se lo strumento monetario producesse interesse questo dovrebbe essere dato comunque ai detentori dello strumento, neutralizzando in parte i vantaggi dell’irredimibilità di cui sopra.

Per le stesse ragioni per le quali lo strumento deve essere irredimibile, deve essere anche privo di interesse. L’emittente deve avere solo un guadagno netto nell’emettere moneta. Nel momento in cui emettiamo moneta, il sistema la deve accettare per le proprie transazioni, senza null’altro chiedere all’emittente. In pratica, quindi, dal punto di vista ragioneristico, le tre caratteristiche di cui sopra, si traducono nel sistema contabile dell’ente emittente, nella seguente scrittura: Impiego a Provento La voce in “Avere”, comunque sia rappresentata in bilancio, intende dire che non si tratta di fonte da restituire, o Passività vera e propria, ma di valore interno al Patrimonio netto, anche se non fatto transitare per il conto economico. La voce in “Dare” rappresenta genericamente l’impiego dell’emissione di moneta. Come noto gli impieghi possono essere specifiche attività o costi. Nel primo caso la moneta emessa potrà essere impiegata in crediti (come fa l’attuale sistema bancario) ovvero in investimenti diretti (si pensi a uno stato che con la moneta emessa realizza direttamente un’opera pubblica); nel secondo caso la moneta emessa sarà spesa per i consumi dell’ente emittente (salari, consumi vari). Per quanto questa modalità di impiego dell’emissione di moneta possa sembrare strana, è ciò che fanno oggi le banche quando accreditano lo stipendio ai propri dipendenti. Il bancario è pagato in … moneta bancaria.

In altri termini la banca impiega una parte della propria emissione per pagare i propri dipendenti, sacrificandone altri usi. Allo stesso modo, in teoria, uno “stato emittente” potrebbe garantire “redditi di cittadinanza” girando semplicemente ai cittadini una parte dell’emissione monetaria. Poste le precedenti tre caratteristiche, e la conseguenza che ne deriva, si può dire che, chiunque emetta moneta, ne ottiene un provento, pari al valore nominale della moneta emessa. Non è detto che questo provento sia tutto reddito. A fronte di questo provento, ad esempio, c’è il corrispondente onere per la moneta ritirata dal mercato (ad esempio i mutui che si estinguono per il rimborso da parte dei clienti). A fronte di questo provento c’è anche, ad esempio, il costo per la produzione della moneta stessa (si potrebbe imputare a costo una parte dei costi comuni bancari). La sola differenza è vero reddito monetario, o “signoraggio” (primario). Ma in ogni caso resta il beneficio per l’ente emittente.

Anche dal lato degli impieghi, come dimostrato dal c.d. signoraggio secondario, si può ottenere nel tempo un beneficio dall’emissione di moneta. Ora, la nostra assunzione di principio è che questo beneficio, sia visto in termini lordi come proventi, sia in termini netti come redditi, essendo legato ad una fondamentale funzione pubblica deve restare, o dovrebbe restare quanto più possibile, pubblico anche nell’attribuzione dei relativi benefici. Le banche commerciali, oggi, oltre al beneficio, del tutto legittimo, derivante dall’intermediazione creditizia e dallo svolgimento di funzioni di tesoreria e servizi finanziari vari, dispongono di un beneficio, alquanto improprio, dovuto alla loro sostituzione rispetto agli stati nella funzione di emissione monetaria.

Altra caratteristica della moneta ideale è l’assoluta irrilevanza della sua forma tecnologica. La moneta può essere metallica, cartacea o dematerializzata. Ciò che conta è che abbia le superiori caratteristiche e che i benefici vadano al pubblico anziché al privato. Le attuali “distorsioni” che fanno sembrare più equa la moneta metallica rispetto alla cartacea e questa rispetto alla bancaria, sono frutto soltanto di incrostazioni storiche che attribuiscono i relativi benefici in maniera diversa a seconda del supporto fisico. Per assicurare la massima circolazione, quindi, la moneta ideale deve poter assumere tutte e tre le forme. Una generalizzata forma di conto corrente, anche per mezzo di carte ricaricabili al portatore, una forma cartacea per transazioni sino ad un certo limite, ed una metallica divisionale per le transazioni minime.

Riassumendo, la moneta ideale è uno strumento, emesso dal settore pubblico, in qualunque forma tecnologica, che ha soltanto natura formale di debito, ma che non genera interessi, non è redimibile, se non per volontà dell’emittente e circola liberamente al portatore. Questo strumento garantisce, se immesso nelle quantità opportune, ogni beneficio al sistema economico. Non essendo redimibile, non avrà necessità di copertura, e sarà quindi una moneta emessa in regime di fiat. Anche quando lo strumento è attribuito a soggetti privati, imprese o famiglie, esso resta pubblico. In tal caso è “come se” i privati, entro i limiti decisi dal pubblico, emettessero moneta essi stessi. E questo principio sta alla base de sistemi complementari basati sulle compensazioni tra privati.

Cosa garantisce, però, che lo strumento venga accettato dal sistema? Se il debito non è ripagato e non frutta interessi, perché mai dovremmo detenerlo e usarlo? Questa osservazione apre la porta al concetto di accettazione della moneta.

Perché è accettata la moneta? La moneta è accettata per due ragioni di fondo:

  1. Obbligo di legge (moneta legale);
  2. Convenienza privata (moneta fiduciaria).

Non c’è dubbio che la soluzione ideale sia quella di attribuire, almeno sul mercato interno, una natura obbligatoria all’accettazione della moneta per l’adempimento delle obbligazioni. Questo stadio non è immediatamente pensabile per una moneta regionale parallela alla valuta ufficiale (moneta complementare). Se vi fosse saremmo in presenza di una doppia circolazione legale, con l’immediato effetto che, se ci sono differenze sostanziali di potere d’acquisto tra le due monete, quella “cattiva” circolerebbe meglio, facendo sparire, o “cacciando” come si dice comunemente, quella “buona” che verrebbe usata esclusivamente per le transazioni per l’esterno o tesaurizzata. Di fatto, la minore estensione geografica della possibilità di uso di una ipotetica valuta regionale, ne decreterebbe un immediato successo a discapito di quella principale, che da moneta “unica”, diverrebbe solo “comune” ad una determinata unione monetaria. Ma non ci sono le condizioni legali per potere arrivare subito ad una soluzione del genere.

Una moneta complementare, quindi, deve essere accettata dal sistema in quanto più conveniente. Le ragioni per la sua accettazione possono essere molteplici. Qui se ne individuano quattro.

La prima è data dal grado di diffusione. Se essa è emessa e accettata da un consorzio molto ampio di enti locali, catene commerciali, imprenditori, etc. l’incentivo ad accettarla sarà alto. È importante quindi partire con una base di consenso ampia nel sistema economico e sociale. La sua generale accettazione nel tempo ne garantirà l’ulteriore diffusione.

La seconda è che deve avere un valore leggermente “più cattivo” rispetto alla moneta legale, il che non appare difficile. Essa, cioè, non deve essere appetibile per la tesaurizzazione, ma deve essere spesa non appena possibile.

La terza, legata alla seconda, è che il suo potere d’acquisto dovrà essere tenuto stabile nel tempo, al più con un tasso d’inflazione in linea con la moneta legale per evitare che risulti “troppo cattiva”, pena un rifiuto generalizzato di accettazione da parte del sistema.

La quarta è che la sua accettazione comporti una qualche premialità. Questa può essere rappresentata tipicamente dalla sua accettazione come mezzo di adempimento di obbligazioni tributarie, oppure può essere incoraggiata da rimborsi selettivi dello strumento in gettoni/medaglie di metallo pregiato che incoraggino un uso alternativo della moneta, come moderata “riserva di valore”, pur in assenza di finalità espressamente speculative.

5) La Sicilia come Area Valutaria Ottimale

Prima di descrivere i dettagli “tecnici” del progetto di moneta complementare è indispensabile tornare sugli effetti macroeconomici che si intende perseguire con lo strumento in parola, questa volta però avendo come oggetto specifico di riferimento il sistema economico siciliano.

Come abbiamo detto precedentemente questo progetto è un progetto di carattere regionale. Esso quindi è destinato alla Sicilia in quanto tale e non al sistema economico italiano. Per l’Italia vi è da dire che essa stessa non è in questo momento inserita in un’area valutaria ottimale. La permanenza nell’eurosistema, alle attuali condizioni, equivale ad una sicura distruzione del potenziale industriale ed economico del Paese, il quale, ancora, anche se non si sa fino a quando, costituisce una delle maggiori potenze industriali nel mondo. In questa sede dobbiamo necessariamente rinviare ad altre trattazioni in merito, dando per scontato ciò che forse non lo è del tutto: e cioè che l’Italia debba restare nel medio/lungo periodo “aggiogata” ad una sorta di cambio fisso irreversibile come lo è adesso.

Una riflessione sui confini ottimali dell’area valutaria, tanto per l’Italia, quanto per la Sicilia, quanto per qualunque altro sistema, deve poggiare razionalmente sulla teoria delle “Aree Valutarie Ottimali”. Secondo questa teoria le cose non stanno così semplicemente come ce le hanno “vendute” sino ad ora.

Ci hanno detto, e ci continuano a dire anche contro ad ogni evidenza, che più ampia è l’area valutaria comune, meglio è, sotto tutti i punti di vista. Avere una ampia moneta unica significa, quasi sempre, e quanto mai nel nostro caso, avere anche una moneta forte in tasca. Avendo una moneta forte, con quella che abbiamo (se l’abbiamo, ma di questo nessuno mai parla), possiamo comprare di più all’estero: possiamo andare in Sud America o nell’Asia orientale e portarci via mezzo mondo; possiamo decidere di vivere da signori all’estero con una nostra modesta pensione sociale. E questo è certamente vero. Ci hanno detto anche che la moneta unica è conveniente perché abbatte i costi di transazione tra un paese e l’altro, e quindi “combatte” le banche, gli intermediari finanziari che lucrano da questi cambi di valute. È un po’ strano, anche a prima vista, che da quelle parti non si siano mai sollevate voci a difesa delle valute nazionali, se ci guadagnavano veramente tanto, ma facciamo finta di non considerare questo aspetto. In effetti se, come un tempo, andare in Francia o in Germania era cosa relativamente inusuale, era facile sopportare i rischi di cambio; se invece le economie sono fortemente interconnesse il continuo cambio, al di là dei costi di transazione, può anche essere semplicemente fastidioso e rallentare l’integrazione economica, e con questa gli scambi e così via.

Per capire questo vantaggio della moneta unica, basti portarla alle estreme conseguenze: si pensi a cosa vorrebbe dire cambiare la valuta ogni volta che si passa il confine tra Palermo e Villabate. Sotto questo punto di vista le aree valutarie “grandi” sarebbero preferibili. Ci sarebbe anche il vantaggio di una maggiore confrontabilità dei prezzi, oltre che di una loro maggiore omogeneità. Ma già qua non siamo più tanto sicuri che si tratti proprio di un vantaggio. I tassi di inflazione all’interno di una stessa area valutaria tendono a livellarsi, così come il costo della vita. Di fatto questo allinea i “costi della vita” ai paesi più forti, anzi, concentrandosi la rete distributiva a partire proprio da questi paesi, quelli più deboli di solito scontano costi della vita più elevati per effetto dei maggiori costi di trasporto. Ne sappiamo qualcosa, noi siciliani, che già ai tempi della lira dovevamo scontare per ogni bene, eccetto quelli di modesta entità che riusciva a mobilitare il consumo locale, un prezzo maggiore rispetto a quelli praticati nelle “centrali della distribuzione in Italia”, quasi sempre ubicati in Brianza, nei dintorni di Milano. Vero è che spesso, per ragioni “politiche”, i prezzi sul territorio nazionale venivano “livellati” (si pensi al costo di un giornaletto), ma questo sollievo, parziale in Italia, certamente non opera affatto o quasi a livello continentale, aggravando la perifericità di chi lo è già strutturalmente.

Insomma, avere gli stessi prezzi di Amburgo o Francoforte non sappiamo fino a che punto sia un vero privilegio. Il punto è però che, in ogni caso, non è così semplicistico come può sembrare. Non solo non è detto che avere un’area valutaria “grande” sia di per sé vantaggioso, ma addirittura questo potrebbe letteralmente portare in rovina un Paese che, per disavventura, si trovasse a far parte di un’area valutaria “sbagliata”. Che poi è esattamente ciò che è successo in un secolo e mezzo circa al Meridione d’Italia, e che ora sta investendo l’intero Paese. Ma noi non facciamo mai tesoro dell’esperienza. La noia, l’inconcludenza di tanti dibatti sul “Mezzogiorno”, da parte dei meridionalisti di professione, dei “manager del sottosviluppo e dell’assistenzialismo”, sta proprio in questo: nel non avere mai il coraggio di dire le cose come stanno, e cioè che, dentro l’Italia, il Mezzogiorno può solo avere il ruolo del malato cronico.

E ora il rischio è che questa inconcludenza, spesso condita di moralismo sulla necessità di “aumentare la produttività”, o di assumere un “atteggiamento dinamico imprenditoriale”, o di attribuire ogni colpa a “mafia-corruzione-burocrazia” sia trasferita all’intera Italia. Semplificando un po’ i termini del problema, un’area economica è “bene” che abbia la stessa valuta, se in partenza le sue diverse parti componenti godono di livelli paragonabili di produttività o, comunque, se è fortemente interconnessa, se, cioè, i fattori della produzione, e tra questi certamente il lavoro, hanno la possibilità di circolare liberamente a costi economici, sociali e umani assai sopportabili. Se così non è, il capitale si sposta dove la produttività è maggiore, il lavoro resta “intrappolato” dove la produttività è minore, e in ogni caso restano “intrappolati” i fattori rigidi come la terra, e tutti questi fattori restano inutilizzati, mentre la produttività del settore debole diminuisce.

Di fatto, quindi, la bilancia commerciale dei due sottosistemi è sbilanciata a favore di uno dei due senza compensazioni di sorta. A vende a B più di quanto B non riesca a vendere ad A. Ma B non può andare da A a produrre e quindi resta sbilanciato. Può indebitarsi, fino a un certo punto, ma quando gli sarà finita la moneta in tasca e la capacità di credito, dovrà vendere le proprie proprietà. Quando avrà finito di vendere le proprie proprietà dovrà vendere se stesso come schiavo.

Ci ricorda niente? Vendere le spiagge, le imprese pubbliche, privatizzare i servizi, abbattere i diritti dei lavoratori e le pensioni, che altro significa? Insomma il sistema unico, in queste condizioni, anziché favorire l’integrazione del sistema lo polarizza, cioè lo trasforma in sistema “dualistico”, distruggendo sistematicamente l’apparato produttivo del settore più debole a vantaggio del più forte.

Ci sono vie d’uscita? Sì, ad esempio quella del trasferimento fiscale. Lo Stato, sapendo che un’area è sistematicamente più debole (si pensi alle piccole isolette), ne sostiene il costo di continuità territoriale, spendendo in quelle aree quanto basta per riequilibrarne i conti. Ma questo può essere fatto per piccole dipendenze o parti marginali del Paese. Quando la parte marginale è, come nell’Europa di oggi quasi la metà del tutto, o, come in Italia, un terzo circa del tutto, questo riequilibrio fiscale diventa troppo esoso e insostenibile per la parte più ricca del Paese.

Ora, sia pur in maniera assai imperfetta, lo Stato italiano era “costretto” a spendere qualcosa nel Mezzogiorno, anche se sistematicamente ciò avveniva (e avviene) in maniera assai più contenuta di quanto non sia fatto nelle regioni privilegiate del sistema Italia. Questo consentiva al Mezzogiorno di sopravvivere in una lenta agonia, in una lenta perdita di competitività nei confronti del Nord, compensata solo dal Dopoguerra al 1973 circa, quando lo Stato, sia pur meno di quanto generalmente si pensi, investiva seriamente al Sud, tanto in spesa corrente quanto in infrastrutture.

Nel caso dell’Europa, invece, questi trasferimenti sono praticamente inesistenti. In uno slancio di “fratellanza” – al massimo – l’Europa fa “prestiti”, mai “trasferimenti”, e quindi aggrava il vincolo di bilancio dei paesi in difficoltà. Altra via d’uscita è quella estera: avere esportazioni tali da compensare lo squilibrio.

Ma perché mai, con una valuta fortissima e in condizioni di partenza perdenti di competitività, il Sud (d’Europa) dovrebbe recuperare competitività? La ricetta è “abbassando il costo del lavoro”.

Ma il costo della vita resta agganciato a quello dei paesi più ricchi. Insomma, anche questa via appare preclusa. La Sicilia potrebbe compensare lo squilibrio appropriandosi ad esempio dei propri prodotti energetici. Ma anche questa via è preclusa, almeno ad oggi. Le fonti di energia siciliane e le industrie energetiche siciliane… non sono siciliane e portano via profitti e tributi lasciando alla “colonia” soltanto qualche briciola e tanto inquinamento. Anche questa via, dunque, non è perseguibile.

L’ultima via è quella della svalutazione. L’area debole “svaluta” la propria valuta rendendo competitive le proprie merci. Paga questa scelta con un minor potere d’acquisto (ad esempio sarà più difficile fare un viaggio in Danimarca o comprare una Volkswagen), ma compensa i differenziali commerciali, recupera occupazione e, nel lungo termine, anche competitività tramite gli investimenti. Ma questa via, percorsa da tutte le economie emergenti, è a noi inibita per definizione se facciamo parte di un’unica area valutaria. In breve, dunque, è chiaro che l’Europa non risponde a nessuno dei requisiti delle aree valutarie ottimali.

Essa, semplicemente, non è un’area valutaria ottimale; piuttosto una “prigione” per i più deboli e una vera “manna” (almeno temporaneamente, fino a che i “peggiori” non muoiono del tutto) per i più forti. In questo senso la Grecia non è – come ci raccontano – il paese “meno virtuoso” di tutti. Essa è soltanto il paese che di partenza era più debole, e quindi quello che sta pagando più di tutti. Semmai, l’unica grave responsabilità dei Greci è quella di non aver ancora trovato il coraggio per uscire, costi quel che costi, dal campo di concentramento nel quale si sono messi loro stessi. E dire che hanno di fronte la Turchia, fuori dall’Euro, che cresce come un treno e che dimostra loro cosa potrebbe essere la libertà!

Poi c’è un altro aspetto, non strettamente economico, ma politico, che però ci appare di grande importanza. È possibile una moneta senza stato e senza nazione?

Si dirà che l’euro è stato fatto proprio per questo, per fare la “nazione Europa”. A nostro avviso questo è un discorso semplicemente privo di senso. Si fa una moneta per uno stato che non c’è, che forse non ci sarà mai, e nel frattempo l’idea di Europa si distrugge per sempre. Non è questione di nazionalismo.

Finché esisterà, almeno in teoria, un soggetto di diritto internazionale che si chiama “Italia”, non ha senso privarlo dell’emissione della propria moneta. Se e quando ci saranno i “mitici” Stati Uniti d’Europa, allora ne riparleremo, anche se – a parer nostro – queste idee appartengono per ora soltanto al mondo mitologico. Non c’è nessuna, ma proprio nessuna, voglia in giro per l’Europa, soprattutto dalle parti dei più ricchi, di mettere risorse e debiti insieme per una causa comune. Ma di cosa stiamo parlando?

Perché dunque in queste pagine non si parla di una uscita pura e semplice dell’Italia dall’euro? Non perché non sia in sé una strada. Anzi, per le cose dette, sembra sia l’unica perseguibile con giudizio. Ma il punto è che neanche l’Italia è un’area valutaria ottimale. A che serve non ammetterlo visto che è chiaro come la luce del sole? Non è vittimismo meridionalista né separatismo. È una constatazione di fatto che la lira ha creato il dualismo e lo manterrebbe all’infinito.

È così che vogliamo costruire l’Unità d’Italia? Crediamo che questa soluzione sino ad ora abbia piuttosto diviso che unito il Paese.

Per altro verso, comunque, in questo scritto l’unità politica d’Italia è semplicemente postulata. Chi legge può attribuire questa visione o a una scelta politica a monte o alla valutazione di alternative realistiche e di breve periodo o, infine, semplicemente prenderla logicamente come la premessa logica. Ad altri, quindi, il compito di pensare architetture politiche diverse. E l’unità politica d’Italia, che certo è qualcosa di ben diverso da quella europea tutta da pensare e costruire, comporta di necessità l’esistenza di un’unica valuta legale.

Non è pensabile, per quanta autonomia, ordinaria o speciale, si possa dare alle diverse parti d’Italia, che sotto lo stesso Stato-Nazione convivano più monete legali. Gli unici esempi in tal senso sono quelli di alcuni territori d’oltremare del passato. La Gran Bretagna, ad esempio, consentiva che Hong Kong avesse il suo dollaro e, poco lontano, il Portogallo manteneva Macao con la sua “Pataca” (non era un nome molto rassicurante sul piano del valore intrinseco, ma non mette conto parlare di questo).

In Italia questa strada non appare praticabile, se non chissà quando e a prezzo di chissà quante battaglie politiche. Non sembra in ogni caso una strada da mettere su una agenda politica di breve termine. La strada, quindi, sembra obbligata. È necessaria una moneta che, di fatto, si affianchi a quella legale nelle regioni che non sono in area valutaria ottimale con l’Italia, ferma restando la moneta legale, qualunque essa sia (euro o lira).

Si può parlare di Sud e di una moneta unica (complementare, ovviamente) per il Mezzogiorno intero, isole comprese? In fondo i differenziali economici non sono poi così tanti e, per le ragioni macroeconomiche dette, potrebbe sembrare che questa strada sia percorribile. Non mancano sollecitazioni a incoraggiare monete complementari “regionali” che poi dovrebbero in qualche modo federarsi o addirittura confluire in un’area macroregionale. Tuttavia restiamo convinti che questa strada non sia del tutto ottimale rispetto agli obiettivi della Sicilia.

Le due grandi isole, magari per ragioni diverse, sono in sé delle aree valutarie praticamente perfette, nelle dimensioni, nella posizione geografica, nella definizione dei propri confini, e non avrebbero poi grandi vantaggi nel fare parte di una grande area sud-italiana. La Sardegna perché strutturalmente più isolata; la Sicilia perché ha già in sé le dimensioni di un medio stato europeo e una posizione semplicemente unica da un punto di vista geopolitico.

Basta dare un colpo d’occhio alla carta geografica per capire subito che la Sicilia è in sé un’area economica, fiscale, doganale e monetaria perfetta, quasi da manuale. Se la Sicilia optasse per aree monetarie più piccole, basate troppo sul livello municipale o metropolitano o distrettuale, o “troppo” volontarie, e quindi diffuse sul suo territorio a macchia di leopardo, l’economia che beneficia da questo strumento non raggiungerebbe la massa critica per essere determinante. Se la moneta complementare siciliana, dopo tanti sacrifici per essere realizzata, confluisse in una rete “nazionale” di monete complementari, il “chilometro zero” di cui diremo fra poco, diventerebbe di colpo “chilometro mille”, e fatalmente la Sicilia sarebbe ricolonizzata economicamente dalla Penisola, e soprattutto dal Nord, dopo essersi a malapena emancipata dallo sfruttamento mitteleuropeo. I vantaggi della moneta complementare svanirebbero del tutto e gli effetti sarebbero gli stessi dell’avere una moneta unica nazionale italiana. Per far questo è sufficiente uscire dall’euro, non c’è bisogno di monete complementari.

Le monete complementari, eventuali, delle regioni del centro-nord potrebbero progressivamente confluire in un’unica moneta che costituisca un nucleo di una futura valuta nazionale italiana, in caso di rottura dell’eurozona, ma in questa rete non devono assolutamente confluire le valute complementari delle regioni depresse, cioè delle “colonie interne” che l’Italia si porta dietro sin dai tempi dell’unificazione, altrimenti il dualismo si ripropone nuovamente su base questa volta nazionale anziché continentale. Anche la “fusione” tra monete del Sud non è del tutto auspicabile.

Il Sud continentale è strutturalmente più integrato al suo interno rispetto alle due grandi Isole e da una moneta complementare nascerebbe fatalmente un’economia con una circolazione interna più accentuata rispetto agli scambi con l’esterno. Ma, visti i costi di spostamento e la strutturale disposizione geografica, fatalmente le industrie di trasformazione e di distribuzione, quelle a maggior valore aggiunto, si concentrerebbero nella parte continentale, un po’ come voleva la famosa politica borbonica del “cabotaggio”, lasciando alla Sicilia e soprattutto alla Sardegna un ruolo subalterno di fornitrici a buon mercato di energia e materie prime. In particolare il surplus energetico della Sicilia dovrebbe generosamente essere messo in comune senza riceverne particolari vantaggi e, peraltro, in assenza di istituzioni regionali comuni che possano redistribuire il reddito in maniera equa, efficace, ed efficiente.

Vero è che c’è chi, in tal senso, vagheggia appunto una sorta di macro-regione, ma – a parte ogni considerazione sulla fattibilità di tale progetto – chi assicura che poi gli organi di governo di questa istituzione non si concentrino come è naturale nella parte preponderante che è quella del Mezzogiorno continentale? E con la concentrazione degli organi verrebbe anche la concentrazione degli interessi. Faremmo, su scala, la fine del Bangladesh, che, dopo l’indipendenza dall’Inghilterra, aveva scelto di essere “Pakistan orientale” per la comune religione e che poi, essendo più piccolo, finì con l’essere discriminato in tutto fino ad essere costretto ad una lunga guerra d’indipendenza per poter acquistare un minimo di dignità.

La Sicilia ha i confini dettati da Dio, mentre il Sud non si capisce mai bene dove finisce. La Sicilia ha istituzioni proprie secolari e un’Autonomia speciale che attende solo di essere fatta fruttare, laddove il Sud non ha allo stato alcuna istituzione politica comune. La Sicilia è solo una regione, la cui autonomia non minaccia l’unità politica del Paese di per sé, mentre una costruzione politica meridionale è evidentemente l’anticamera di una distruzione dell’Italia.

Nello stesso tempo la Sicilia ha in sé risorse umane, naturali e culturali che, se ben sfruttate, non hanno bisogno di alcuna iniezione dall’esterno che non si trasformi in un fardello prima o poi.

E infine la Sicilia ha un’identità, un’immagine, persino un aggettivo (“siciliano”) che al “Sud” manca, dovendosi trincerare in definizioni geografiche (Sud di che? Il Sud è solo un punto cardinale) o in dizioni anacronistiche (la “Napolitania”, o, ancor più infelice, “Due Sicilie” che già nel nome dividono ciò che pretenderebbero di unire) o inventate di sana pianta (“Ausonia”? Esiste quanto la “Padania” o ancor meno).

Del resto l’autonomia monetaria siciliana è per la Sicilia, ma non è per niente contro qualcuno, men che mai contro gli Italiani del Sud, e nemmeno contro l’unità d’Italia. È semplicemente un’altra cosa che, in quanto lecita, dobbiamo prenderci e ci deve essere consentita, anche perché è la prima l’Italia, tanto del Nord, quanto del Sud, che ha da guadagnarci da un complessivo riscatto economico e sociale della Sicilia. Certo, per le ragioni macroeconomiche esposte, se fosse per ipotesi di scuola possibile avere una valuta del tutto propria, negoziando con l’Unione Europea una fuoriuscita dall’Eurozona della sola Sicilia, sarebbe l’ideale. La Sicilia ha bisogno, per la sua natura transfrontaliera ed insulare, di essere costituita in Zona Economica Speciale. E una zona economica speciale dovrebbe avere quanto meno una valuta propria che fluttui liberamente sui cambi internazionali. Ma questa opzione teniamola per ora nel cassetto, o la affidiamo a negoziati politici ed economici che possono anche essere molto lunghi.

La Sicilia di oggi ha bisogno di una terapia d’urto e questa può essere data nei tempi brevi solo da una moneta complementare, fattibile, lecita e conveniente. Del resto abbiamo già lo strumento istituzionale adatto allo scopo. L’art. 41 dello Statuto speciale autorizza la Regione ad emettere “prestiti interni”, cioè ad immettere nel proprio territorio strumenti finanziari di credito. Non è scritto da nessuna parte che questi strumenti non possano avere le tre caratteristiche che sopra abbiamo detto essere della moneta ideale, e cioè essere al portatore, irredimibili, cioè inconvertibili in euro, e privi di interessi.

Con queste caratteristiche il debito non viola il patto di stabilità europeo ed è quindi perfettamente lecito nell’attuale eurosistema. Non è neanche moneta legale in senso proprio ed è accettata, in Sicilia, solo da chi vuole accettarla, ma la Regione ha in sé il potere, di fatto, per farla accettare da tutti. C’è chi dice che la moneta non può partire da una burocrazia intermedia, come quella regionale, ma deve partire dal basso, cioè dai Comuni. La moneta siciliana ha il potere di conciliare in sé il ruolo propulsivo e regolatore della Regione con un ruolo attivo dei Comuni nella sua emissione e nel suo impiego. Questa contrapposizione è dunque un falso problema.

C’è chi dice che la moneta dovrebbe sfruttare più facilmente le compensazioni delle transazioni interne, tra imprese e famiglie. La struttura istituzionale del “prestito interno”, come vedremo meglio al prossimo capitolo dove sono dati i dettagli del progetto, è in grado di assumere in sé anche questa caratteristica, anzi, è in grado anche di dare con moderazione una sorta di sussidio di cittadinanza (o almeno “di sopravvivenza” in alcuni casi disperati) senza disincentivare la ricerca attiva del lavoro, raggiungendo in un colpo solo molteplici obiettivi.

C’è chi dice che la moneta, per essere accettata, ha bisogno di incentivi forti, come l’idea di essere accettata per i pagamenti tributari. La peculiare autonomia tributaria della Regione consente di sfruttare persino questa potenzialità. Perché dunque non farlo? L’iniezione di questa offerta di moneta nell’esangue sistema economico siciliano porterà nel breve termine ad un aumento di domanda, e quindi soprattutto di domanda di prodotti interni e di manodopera interna. Ma nel medio termine, attraverso la domanda per investimenti, aumenterà anche la capacità produttiva del sistema stesso. L’aumento di domanda porterà ad un aumento di reddito e produzione e, per ragioni viste, non ci sarà alcun aumento di prezzi, se non in misura del tutto irrilevante. Tutto ciò porterà, in pochi anni, ad un crollo della disoccupazione e ad un aumento generalizzato del benessere e della sicurezza sociale. A sua volta, stimolando esclusivamente la domanda interna, i beni e servizi prodotti sarebbero tutti a “km zero”, o al massimo “cento”, quanto cioè la distanza media tra le grandi aree urbane siciliane e i luoghi di produzione dell’agroalimentare. Ne guadagnerebbe l’occupazione, ma anche la qualità della vita, il potere di acquisto di stipendiati e pensionati, e finalmente, non ultimo, si sosterrebbe il reddito agricolo salvando da morte sicura i nostri tanti piccoli borghi agricoli. Si potrebbe fare tutto dal basso, fondando tutto il sistema su basi volontaristiche, ma i tempi potrebbero non essere coerenti con la drammaticità della situazione attuale. Per questa ragione la Regione ha il dovere di dare un minimo, ma giusto un minimo, di copertura giuridica all’intera operazione. Secondo quali criteri andremo a dirlo al prossimo capitolo.

6) Il Progetto

La Moneta complementare siciliana sarà emessa e gestita a livello regionale ma la sua adozione, parallela a quella della moneta legale, e perfettamente equivalente alla stessa in parità fissa 1=1, sarà facoltativa e quindi estesa soltanto ai soggetti che vorranno aderire alla convenzione in parola: pubbliche amministrazioni, imprese, famiglie. L’unico requisito per accedere alla convenzione è quello di essere residenti, se persone fisiche, o avere sede, se persone giuridiche, nel territorio della Regione Siciliana.

L’immissione, la gestione e il controllo della Moneta complementare siciliana sarà opera di un istituto finanziario specializzato e autonomo. Si può partire da ciò che resta dalle colonizzazioni bancarie dei decenni passati, cioè dall’IRFIS, ma l’IRFIS, così com’è, non appare adatto ad un ruolo così delicato, e deve occuparsi delle funzioni finanziarie propriamente regionali, come il credito industriale, o il microcredito o altro ancora. Dall’IRFIS, però può “gemmare” un ramo aziendale, dotato della più ampia autonomia contabile e amministrativa, che poi potrebbe essere “scisso” in un vero e proprio istituto autonomo.

Questo istituto deve avere un nome che richiama la funzione essenziale di banca regionale centrale e complementare a un tempo. Deve richiamare, già nel nome, l’importantissimo ruolo istituzionale che le compete. Non essendo spendibile il nome storico di “Banco di Sicilia” ormai fagocitato da un grande gruppo bancario privato, un buon nome possibile è semplicemente Banca di Sicilia.

Sarebbe forse preferibile, e meno fuorviante, il nome di “Istituto Monetario Siciliano”, ma temiamo che un nome del genere attirerebbe resistenze istituzionali maggiori che al momento sembrano inutili e controproducenti. In realtà, infatti, il nostro istituto non è una “banca”, neanche “centrale” in senso proprio, ma la forza evocativa del termine “banca” contribuirebbe a respingere resistenze e pregiudizi.

Si potrebbe tentare anche di riportare in vita il nome glorioso del più antico banco pubblico siciliano: la Tavola, questa volta “di Sicilia” e non più “di Palermo” o “di Messina”. Ma in fondo il nome non è questione essenziale.

Il suo capitale sociale deve essere detenuto, per Statuto, al 50 % dalla Regione e al 50 % attribuito ai Comuni sulla base di una ponderazione che tenga conto in egual misura del numero di abitanti e della superficie degli stessi.

I Comuni e i territori devono essere centrali in questa nuova esperienza economica per la Sicilia. Essendo la popolazione un dato soggetto a variazione nel tempo (un po’ meno la superficie), lo Statuto deve prevedere una revisione quinquennale e a titolo gratuito di queste quote. Il suo Statuto deve prevedere una sostanziale indipendenza dal potere politico e dalle pressioni di gruppi economici privati.

Allo scopo la “Banca di Sicilia” attribuirà agli azionisti solo il compito di approvare i bilanci consuntivi e il diritto a percepire gli eventuali dividendi attribuiti agli stessi. La gestione sarà affidata ad un “Governatore” assistito da un “Consiglio”. Il Consiglio vedrà, per Statuto, la partecipazione qualificata di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche locali, delle imprese, anche finanziarie ma non in posizione dominante, e delle università siciliane. All’interno del consiglio i “pubblici” devono essere in maggioranza numerica rispetto ai “privati”, il voto sarà capitario e il mandato sarà lungo (dieci anni) ma non replicabile, con un rinnovo parziale ogni cinque anni, per assicurare indipendenza all’organo insieme a continuità di funzionamento. Al suo interno potrebbe eleggere un Presidente con funzioni di rappresentanza esterna dell’istituzione. Spetta al Consiglio l’approvazione dei Piani strategici e della programmazione operativa della Banca, la nomina del Governatore, su proposta del Presidente della Regione, una definita attività di controllo, anche per mezzo di organi speciali dedicati allo scopo. Il Governatore dovrà essere nominato solo se in possesso di requisiti culturali, professionali ed etici altissimi, definiti per Statuto, e con un mandato lungo (ad esempio vent’anni) per garantirne l’indipendenza, ma anche con la possibilità di revocarlo in caso di grave violazione dei doveri d’ufficio o della sua indipendenza. L’investitura del Governatore dovrà essere doppia: dal Consiglio della Banca e dall’Assemblea Regionale Siciliana, che ratifica la nomina o, in caso di bocciatura, impone alla Presidenza della Regione la nomina di un nuovo candidato. Alle sue dipendenze, per le questioni strettamente aziendali, il Governatore potrebbe essere coadiuvato da un Direttore generale.

Con questi “meccanismi”, o con altri equivalenti, deve essere garantita la competenza e l’indipendenza dell’istituto finanziario deputato a questo delicatissimo compito. L’Istituto decide in piena autonomia la quantità annua e le modalità di immissione della moneta complementare nel sistema economico siciliano. A fronte di queste decisioni la Regione emette un prestito interno, ex art. 41 dello Statuto siciliano, privo di interessi e irredimibile, sottoscritto per intero dalla “Banca di Sicilia”, e non trasferibile per legge. Il prestito in parola, per ovvie ragioni, non costituirebbe debito e quindi non inciderebbe minimamente sugli obblighi di pareggio in bilancio previsti dalle normative europee, in quanto fonte sostanzialmente permanente di debito. La “Banca di Sicilia”, a fronte di questo debito, attribuisce una somma di equivalente importo alla Regione sotto forma di deposito in c/c.

Non è necessario che la “Banca di Sicilia” abbia una comune licenza bancaria, sotto la vigilanza della Banca d’Italia, perché essa non può, per statuto, creare vera e propria moneta bancaria ed immetterla nel sistema. La copertura del suddetto c/c è infatti integrale: il 100 % del valore del deposito è investito nel titolo infruttifero a tempo indeterminato emesso dalla Regione. La Regione attribuisce, per legge, alla Banca di Sicilia, le modalità tecniche di conversione di questo deposito sui generis in moneta complementare vera e propria da immettere sul mercato. Avendo la Regione questo deposito presso la “Banca di Sicilia”, emette a sua volta titoli, gestiti dalla Banca di Sicilia, immessi nel sistema. In un certo senso, quindi, cartolarizza questo deposito.

Il bilancio della Banca Centrale vedrà così, all’attivo essenzialmente il credito a tempo indeterminato e infruttifero verso la Regione, al passivo, il c/c infruttifero della Regione presso la stessa, di fatto non movimentato mai, tra i conti d’ordine, infine, come beni di terzi, le “forme” di moneta complementare gestite “in nome e per conto” della Regione Siciliana o di terzi.

La moneta complementare avrà per un periodo definito (ad esempio 5 anni), ma rinnovabile indefinitamente, un “corso forzoso”: essa sarà cioè esattamente corrispondente ad un’unità di conto legale, ma sarà inconvertibile a richiesta nella stessa. L’ammontare di moneta complementare sarà poi distribuito, secondo criteri decisi macroeconomicamente nel programma annuale della “Banca di Sicilia”, tra pubbliche amministrazioni, imprese e famiglie, con finalità diverse. Ad esempio, si ponga di avere un’immissione pari a 10 miliardi di euro (il numero è puramente indicativo). Di questi una metà potrebbe essere destinata alle pubbliche amministrazioni, a sua volta a metà tra Regione e Comuni, dietro prestazione di alcuni vincoli sulla qualificazione della spesa pubblica: ad esempio sulla presenza di spese per investimenti infrastrutturali, come i trasporti o lo smaltimento dei rifiuti, o per migliorare la quantità e soprattutto la qualità dei servizi ai cittadini, soprattutto nel settore formativo e sanitario. L’altra metà potrebbe essere attribuita, a sua volta, per metà alle imprese e per l’altra metà ai cittadini.

La funzione di queste attribuzioni di moneta complementare ai “privati” avrebbe funzioni completamente diverse di quelle attribuite ai pubblici.

La moneta complementare attribuita al pubblico avrebbe, oltre alle finalità Macroeconomiche generali note di stimolo della domanda, in ispecie quella interna, e di riduzione della disoccupazione, anche quelle “aziendali” (pubbliche) di allentare la morsa dell’austerità per le nostre pubbliche amministrazioni, consentendo di ridurre l’imposizione fiscale e di migliorare quali-quantitativamente i servizi alla cittadinanza. Per “incidente” l’erogazione, essendo condizionata a percorsi “virtuosi” di spesa, potrebbe anche migliorare la qualità della spesa stessa.

Per le imprese la finalità invece sarebbe quella della creazione di una grande “camera di compensazione”. Ogni impresa aggiudicataria della moneta si vede attribuire un pacchetto di credito nei confronti dell’economia, per il quale può fare acquisti senza dover avere alcun esborso di denaro. L’effetto è quello identico alle camere di compensazione in quanto questo “credito”, poi, nelle transazioni interne, sarebbe ripagato con analogo “credito” di altre imprese siciliane, almeno in parte.

Per le famiglie, infine, l’attribuzione avrebbe il valore di “sussidio di cittadinanza” (meglio che “reddito” di cittadinanza che fa pensare ad un sistema parassitario e disincentivante da una ricerca attiva del lavoro). La finalità qui non è quella di sostituirsi ai redditi patrimoniali e di lavoro delle famiglie, ma di “integrare” la loro capacità di spesa, con evidenti finalità sociali ed economiche.

Le modalità di distribuzione tra i soggetti beneficiari è della massima delicatezza e va fissata con regolamento della “Banca di Sicilia” a firma del Governatore e non modificabile senza il consenso congiunto di Consiglio e Assemblea Regionale. Ad esempio, il “quarto” da attribuire ai Comuni (2,5 miliardi di euro nella nostra ipotesi numerica), dovrebbe essere attribuito secondo la medesima ponderazione del capitale sociale della banca, “aggiustata” per il reddito pro capite, ma in modo inverso da come oggi fa l’Unione Europea, che dà di più a chi ha già di più. Al contrario, l’attribuzione deve essere proporzionalmente più alta per quei Comuni il cui reddito pro capite sia sotto la media regionale, per favorire una sana compensazione infraterritoriale. Ovviamente, però, questi correttivi, a favore delle comunità più sfortunate, devono soltanto essere tali, dovendosi dare ai Comuni maggiori (per popolazione, ma anche per dimensione, essendo molte spese legate alla conservazione del territorio) in ogni caso le maggiori risorse.

Le imprese, ovviamente quelle che aderiscono a questa convenzione, si devono veder attribuire una quota di moneta complementare proporzionale alla loro importanza relativa. Ad esempio in base ad una ponderazione tra totale attivo investito, volume d’affari e numero dipendenti.

Le famiglie, infine, sempre riferendoci a quelle che aderiranno alla convenzione, si vedranno attribuire una quantità di moneta complementare sostanzialmente capitaria, con alcuni correttivi sociali come diremo. Per la natura della spesa familiare, questa dovrebbe essere erogata in tranche mensili, in modo da favorire una lenta e progressiva immissione dello strumento nel sistema economico. I correttivi di cui parliamo dovrebbero riguardare soggetti che, per motivi socialmente rilevanti, non partecipano direttamente ai processi produttivi. Ad esempio gli anziani con pensioni particolarmente basse. Oppure gli studenti universitari non fuori corso. Oppure i disoccupati veri e propri, ma solo per un numero limitato di anni (ad esempio 2) dopo la cessazione del rapporto di lavoro, per evitare poi fenomeni di lavoro nero al solo fine di non perdere la maggiorazione del sussidio. In ogni caso ci vuole equilibrio e prudenza. Si pensi che, in assenza di ponderazioni, i 2,5 miliardi, divisi per ipotetici 2,5 milioni di siciliani aderenti all’iniziativa, si tradurrebbero in ben mille euro l’anno di moneta complementare a testa. Una famiglia di quattro persone si vedrebbe attribuire (i minori aderirebbero “per mezzo” dei genitori) 4.000 euro l’anno, cioè circa 300 euro al mese. A nessuno però verrebbe in mente di non andare a lavorare “perché” ha un’integrazione del reddito familiare di questa entità.

Sempre a proposito di equilibrio si prenda in considerazione ad esempio il “lavoro casalingo”, quasi sempre svolto da donne. Dare una maggiorazione rispetto alla quota base, per riconoscerne la dignità di lavoro, appare cosa equa, in particolar modo se la casalinga si occupa anche di anziani o di figli minori. Ma spingere questo favore in maniera sconsiderata significherebbe disincentivare l’occupazione femminile in una regione dove già in questo campo si registrano record particolarmente negativi.

Nell’esempio di cui sopra, se la famiglia di quattro persone è una monoreddito con mamma casalinga, se la maggiorazione sale a 450 contro ai 250 attribuiti a nuclei con due redditi, non appare un’ingiustizia, tanto più che si stanno aiutando nuclei familiari economicamente più deboli e che immetterebbero la disponibilità aggiuntiva in consumi certamente fino all’ultimo centesimo. Né si può pensare per questo che la donna in questione possa preferire la rinuncia ad un impiego pur di avere le 100 o 200 euro di maggiorazione in questione, a meno che non si pensi ad una società schiavistica in cui la gente si venda per niente.

Altro fattore di equilibrio è quello del reddito familiare (intendendo per famiglia tutte le persone che convivono sotto lo stesso tetto, per evitare “divorzi fiscali” o frodi simili). Appare, infatti, equo specularmente dare una “minorazione” di queste attribuzioni alle famiglie benestanti: ad esempio quelle che cumulativamente percepiscono un reddito netto d’imposta superiore ai 50.000 l’anno. Comunque sia immesso, poi, gli aderenti alla convenzione non accettano soltanto la loro parte di attribuzione, ma devono accettarne almeno una parte come pagamento dei propri crediti.

La Regione accetta integralmente la moneta complementare per il pagamento dei tributi erariali devoluti (Imposte sui redditi, Imposta sul Valore Aggiunto) e per il pagamento dei tributi regionali.

Se, sui tributi erariali, la Regione deve dare quote allo Stato, come ad esempio per i tributi erariali attualmente non devoluti (ad esempio le accise) per i quali in futuro ci dovrebbe essere una compartecipazione regionale, la Regione avrebbe diritto a chiedere una quota corrispondente di pagamento in valuta legale. Gli enti locali la accettano per i tributi locali.

La moneta complementare ha quindi natura anche di “certificato di credito fiscale”.

Le imprese, nei rapporti con il pubblico, accettano il pagamento in moneta complementare che parte da una quota contenuta ma consistente (ad esempio il 30 %) ma che poi può/deve essere innalzata progressivamente (ad esempio fino al 50 %), senza limiti per le quote massime. Le stesse, per i rapporti interni, devono accettare invece una percentuale molto elevata in moneta complementare (ad esempio il 60 %) affinché la stessa operi veramente come camera di compensazione multilaterale.

I lavoratori, infine, accettano in moneta complementare la parte accessoria del salario, nonché una quota definita da contratti aziendali, degli eventuali aumenti contrattuali della parte fissa del salario.

La moneta assumerà, come vedremo al prossimo capitolo, sia forma al portatore o fisica, sia elettronica. Per i pagamenti elettronici ci sarà una piccolissima commissione in moneta legale (ad esempio un modestissimo 0,5 %) che andrà alla Banca di Sicilia, che, come in un’ideale “borsellino”, accumuli, poco a poco una riserva valutaria forte nell’attivo della Banca stessa. Il patrimonio di questa, infatti, sarebbe costituita, a parte i “beni di terzi”, gestiti “sotto la linea”, fin qui solo dalla partita di giro tra il prestito della Regione e il suo deposito. A questo, alla costituzione, può certo aggiungersi un conferimento in patrimonio regionale immobiliare disponibile a fronte del quale si possa costituire un certo patrimonio netto iniziale (ad esempio un “modesto” milione di euro). Ma le modeste commissioni, a livello sistemico, consentirebbero alla Banca, intanto di coprire integralmente i propri costi di gestione, ma soprattutto di creare nel tempo riserve valutarie, non necessariamente da detenere tutte nella valuta legale, ma anche in altre valute estere forti, e anche in giacenze fisiche di metalli pregiati (oro e argento), che in una seconda fase del progetto si rivelerebbero della massima utilità.

Dopo la prima immissione dello strumento la Banca di Sicilia ne governerà le successive immissioni, tenendo conto del grado di successo dell’iniziativa, delle nuove adesioni alla convenzione, ma soprattutto delle esigenze del sistema economico. Per ipotesi di scuola potrebbe anche essere necessario ritirare parte della moneta complementare esistente, attribuendo regolarmente ai possessori il controvalore in valuta legale.

In conformità alle disponibilità di bilancio regionale la Banca di Sicilia destina annualmente una quota sorteggiata per “rimborsi pregiati” ai detentori della moneta complementare al fine di facilitarne l’adozione. Ai titolari sorteggiati saranno attribuiti gettoni metallici in metallo pregiato (aurei e argentei, ma anche bronzei e cuprei per le quantità divisionali) di alto valore numismatico. Il valore intrinseco dei gettoni sarà, per quelli di metallo pregiato, superiore a quello nominale indicato. In ogni caso i gettoni in parola, anche quando venissero usati di fatto nel sistema in una sorta di “baratto”, non avrebbero alcun valore legale, bensì resterebbero vere e proprie commodities.

L’introduzione e la diffusione andrà fatta di comune accordo con i Comuni, che sarebbero fra i principali beneficiari del sistema, con le parti sociali, in particolare delle imprese di distribuzione, e per mezzo di una mirata attività di comunicazione e pubblicità istituzionale. Lo strumento potrà, dietro negoziazione con le autorità monetarie competenti (oggi la BCE), anche avere in un secondo tempo valore legale vero e proprio sia pure in parallelo alla principale valuta legale, per l’adempimento delle obbligazioni e comunque solo all’interno del territorio della Regione Siciliana.

Questa caratteristica desiderabile della moneta, tuttavia, non dipende solo dalla volontà politica dei Siciliani, e potrebbero occorrere molti anni prima di essere conquistata. Nel frattempo essa girerebbe come moneta complementare e fiduciaria, ma svolgendo in ogni caso le medesime funzioni della moneta legale, salvo essere “meno adatta” ad essere “riserva di valore”, ciò che – ai nostri fini – sarebbe piuttosto un pregio che un difetto.

Al termine di un periodo di sperimentazione, a maggior ragione se si è conquistato lo status di “legale”, la moneta da “inconvertibile” potrebbe diventare di colpo “convertibile” in valuta legale, soprattutto se essa è ormai di generale accettazione nel sistema economico e se, nel frattempo, la “Banca di Sicilia”, ormai vera e propria banca centrale, si è dotata di sufficienti riserve. In tal caso, tuttavia, altrettanto repentinamente, dovrebbe essere abbandonato il “cambio fisso” con la valuta legale. La politica monetaria di “sostegno” del corso della valuta, e quindi il mantenimento del cambio di riferimento da parte della “Banca di Sicilia”, non sarebbe più un dogma al quale impiccarsi. Se necessario la moneta, ormai in tal caso moneta a tutti gli effetti, si dovrebbe svalutare, facendo recuperare competitività al sistema economico siciliano.

Ma questo attiene ai rapporti con l’esterno e alla libertà di movimenti di capitali. In una prima fase, al contrario, l’inconvertibilità “sigillerebbe” di fatto ogni movimento di capitali (in moneta complementare) da e per l’esterno della Sicilia. E quindi il problema, per lunghi anni, neanche si porrebbe. Dopo, se questo “dopo” mai venisse, di fatto, quando non di diritto, la Sicilia si sarebbe dotata nuovamente – e come sarebbe giusto che fosse – di una propria moneta sovrana a tutti gli effetti.

7) Modalità tecniche di gestione, Nome e Tagli

L’idea di fondo rappresentata al precedente capitolo ha bisogno ancora di qualche “dettaglio” per poter essere concretamente operativa. Si dovrà decidere esattamente in quali forme si potrà trovare o scambiare questa moneta complementare, che nome deve avere, e, se ci sono tagli “fisici”, quali sono le caratteristiche più opportune che questi abbiano.

Si è di proposito confinata ogni idea al riguardo in questo capitolo per evitare che il lettore, qualora dovesse dissentire da alcuna delle proposte qui contenute, finisca per investire del suo dissenso il progetto generale. Il progetto è una cosa, i dettagli tecnici un’altra. Si può accettare solo il primo e demandare, come è giusto che sia, i secondi a chi di dovere una volta che l’iniziativa diventi concreta. Nondimeno qualche idea al riguardo la vogliamo gettare sin d’ora, quasi come contributo a futura memoria. Tanto, prima o poi, anche di questo qualcuno dovrà pur occuparsi.

In primo luogo dobbiamo decidere che “forma” debba assumere la nostra moneta complementare. A nostro avviso la forma più adatta alla circolazione, soprattutto alla grande circolazione, è quella elettronica o “virtuale”. Non siamo contrari anche alla presenza di “buoni” (non chiamiamoli banconote, per favore) cartacei rappresentativi della stessa, né di “gettoni” (non chiamiamoli monete), ma la loro presenza deve essere sussidiaria rispetto a quella elettronica che è meglio gestibile e controllabile sotto molti punti di vista.

La “Banca” di cui al precedente capitolo, al primo esercizio, e poi progressivamente alle scadenze determinate nella pianificazione e programmazione aziendale, traduce il deposito della Regione non trasferibile in conti di deposito nominativi intestati a singole persone, imprese o pubbliche amministrazioni, tra le quali la Regione stessa. Questi “conti di deposito” iniziali non sono gestiti per nulla in modo diverso da come si gestirebbe un conto corrente, con l’unica eccezione che, essendo una gestione di beni di terzi (sono formalmente depositi cui corrisponde un diritto astratto a percepire parte del deposito regionale presso la “Banca”) sono evidenziati nel sistema informativo contabile della “Banca” al di sotto della linea dei totali di Attivo e Passivo, tra i conti d’ordine cioè. Il conto di deposito verrà quindi diviso, tra gli aderenti alla Convenzione, secondo la definita programmazione, sia nel momento iniziale dell’emissione, sia nelle sue aggiunte annuali, anche con le cadenze mensili per gli utenti familiari come già visto al precedente capitolo. Fra questi destinatari, se “residenti” in Sicilia e aderenti alla Convenzione, potranno anche esserci banche, anche per mezzo di “controllate” costituite allo scopo.

I Depositi in parola non hanno costi, se non la percentuale minima sulle transazioni a carico dei venditori, come detto al precedente capitolo, né interessi di sorta. Non sarà possibile, per alcuna banca, istituto finanziario o simile, aprire conti di deposito in questo strumento, se non nelle modalità descritte al prossimo capitolo. In ogni caso le banche o altri soggetti non potranno creare “moneta bancaria” di questa specie.

Tutte le transazioni, quindi, avverranno essenzialmente attraverso giroconti all’interno di una stessa massa monetaria presso la “Banca di Sicilia”. Tutte le forme di moneta complementare circolante prenderanno le mosse da questi depositi, di cui saranno sempre e comunque giroconti. Ad esempio, se si costruisce una carta di debito ricaricabile, una giacenza sarà spostata all’origine da un conto di deposito alla carta in parola. Questa poi sarà nient’altro che “un conto corrente che cammina”, e quindi i pagamenti effettuati con questa carta saranno altrettanti giroconti da questo ad altri conti.

I pagamenti potranno sempre essere fatti con il buon vecchio “libretto assegni”, ma anche con un bancomat speciale dedicato alla moneta complementare. Potranno essere fatti anche via internet o con tecnologia “mobile”. Potranno anche essere istituite carte di credito ma i tempi di addebito sul conto corrente del pagamento devono essere molto stretti (non oltre il mese successivo al pagamento) per evitare che gli istituti che emettono queste carte emettano con esse, surrettiziamente, massa monetaria al di fuori di quanto fatto dalla “Banca di Sicilia”.

Oltre alle carte di credito e alle carte di debito comuni dovranno essere emesse delle “carte al portatore”, in cui sarà sufficiente digitare i codici relativi per poter effettuare i pagamenti ma che saranno trasmissibili senza formalità di mano in mano, e che quindi equivarranno in tutto e per tutto al circolante vero e proprio. La quantità di queste carte deve ovviamente essere sotto controllo e comunque la loro capienza deve avere dei limiti, poniamo non superiore a 10.000 €, per evitare seri problemi di ordine pubblico o riciclaggio. Ma questi limiti non devono neanche essere troppo ridotti, per favorire la più ampia e rapida circolazione del mezzo.

Una piccola parte di questi depositi sarà convertita in “buoni” e “gettoni” (il corrispondente complementare di banconote e monete metalliche). Queste parti saranno convertite anch’esse mediante un giroconto nel sistema informativo contabile della “banca” ad un conto di deposito sui generis denominato appunto “buoni in circolazione” o “gettoni in circolazione”. Su buoni e gettoni la “banca” non lucra la commissione e quindi la loro emissione deve essere contenuta, o la farà pagare la commissione all’emissione stessa. Ad esempio i buoni cartacei potrebbero essere di qualche utilità a livello aziendale per essere distribuiti tra i dipendenti i quali, assimilandoli anche visivamente ad altri buoni già esistenti, potrebbero più facilmente accettarli.

La moneta complementare fisica, se contenuta entro limiti accettabili, svolge una funzione positiva per l’accettazione della moneta stessa. Essa consente di darle più chiaramente un nome, di dare una sensazione di “fisicità” alla moneta virtuale emessa, di creare una maggiore solidarietà tra gli appartenenti alla comunità che la adottano, perché questa rappresenta quasi la “carta d’identità” della comunità stessa, il simbolo di una ritrovata sovranità. Ma, a questo scopo, prima ancora di parlare di tagli che la moneta fisica dovrebbe avere, è bene parlare di nome, sebbene la questione possa apparire del tutto convenzionale.

Il nome di una moneta può essere di fantasia, o un acronimo tecnico, oppure può avere un valore etnico-storico di identificazione di una comunità. Chi scrive ritiene che la terza soluzione sia quella preferibile. La moneta svolge su di una comunità, ancorché complementare, una funzione etica, o non economica. Deve dare una sensazione di non transitorietà, di stabilità, che le prime due soluzioni non consentono. Quelle sono più adatte alle monete del tutto private e fiduciarie, con tutti i limiti all’efficacia che queste hanno.

La Moneta di Sicilia deve dunque dire ai Siciliani che essi non stanno “facendo una follia”, coniando una propria moneta e andando contro all’ordine naturale delle cose, che vorrebbe che queste “cose serie” siano fatte altrove. Essa deve dire loro che stanno semplicemente “ritornando” ad esercitare un diritto che nel corso della loro lunga storia hanno “sempre” esercitato, in un modo o in un altro, tranne che in pochi periodi bui. Volgiamoci quindi alla tradizione, ovviamente per guardare al futuro, e cerchiamo in antiche unità ponderali la nuova “misura” che l’Ente Regione, che sovrintende alla vita economica, politica e sociale, dei Siciliani di oggi, intende proporre ai suoi cittadini.

La Sicilia ha avuto molte e gloriose monete. Sono da scartare, però, le monetazioni antiche dei Sicelioti, perché troppo lontane nel tempo, troppo frammentate nelle loro unità, troppo municipali, laddove a noi serve qualcosa che ricordi la tradizione comune dei siciliani. Anche le monete “coloniali”, battute sotto i romani, bizantini e arabi, non sono servibili, in quanto ricordano troppo lo specifico di quei tempi e l’inserimento in un contesto che non era specificamente siciliano. Non resta che il glorioso Regno di Sicilia, la cui monetazione, già formatasi magmaticamente sotto la dinastia normanna (XI-XII secolo), trova la sua sistemazione in età fridericiana (primi del XIII secolo) per giungere praticamente a Garibaldi: è del 1861 una legge dello Stato che pone la parità perpetua irrevocabile tra Onza Siciliana e Lira Italiana in 12,75 lire per onza; onza che nemmeno il ducato napoletano era riuscito a sradicare del tutto dagli usi amministrativi e contabili in quattro decenni di “Due Sicilie”.

Il sistema monetario tradizionale siciliano era del tutto slegato rispetto a quello vigente nell’Italia centro-settentrionale, tutto più o meno derivato dalla lira carolingia, ed era tipico dell’Isola. L’unico sistema monetario comparabile a quello siciliano era quello “napolitano” che in fondo era gemmato dalla stessa sistemazione fridericiana di alcuni secoli prima. Prima di vedere cosa di quel sistema è oggi replicabile nel nome, osserviamolo più da vicino. Al vertice del sistema monetario siciliano tradizionale era l’Onza o Oncia di Sicilia, per secoli solo unità teorica, poi coniata, ma sempre avente a riferimento una certa quantità di oro (circa 18 grammi). L’Onza aveva persino un suo simbolo come la lira (£) o il dollaro ($):. L’Onza si suddivideva in Trenta Tarì, monete d’argento. Il Tarì, a sua volta, si divideva in Venti Grani, moneta divisionale. Il Grano era la moneta più diffusa nelle piccole transazioni di tutti i giorni. Per non coniarla in tagli d’argento troppo piccoli da essere maneggiati, in età a noi più vicina era coniata in rame o altro metallo non pregiato e sul verso era scritto in latino ut commodius, cioè “come più comodo”, ovvero “per comodità”, intendendo dire che era coniata in rame per comodità di maneggevolezza. A sua volta, infine, il Grano era diviso in Sei Piccoli o Pìccioli, la moneta spiccia, i “centesimi” del passato. Come in tutte le notazioni intermedie si usava il punto tra un’unità e la successiva. L’espressione 254.18.13.2, ad esempio, si leggeva “254 onze, 18 tarì, 13 grani e 2 piccioli”.

Questo il passato. E per il futuro? C’è qualcosa da prendere?

A nostro avviso certamente dovrebbe essere abbandonata la notazione “non decimale”, ovviamente non maneggevole. Gli inglesi se ne sono liberati solo negli anni ’60, quando la Sterlina fu resa decimale, e ancora oggi scrivono “new pence” per distinguerli da quelli precedenti che non erano decimali. Non c’è motivo di ritornare al passato.

Poi la nostra moneta, anche per essere pienamente sostituibile negli scambi con la moneta di conto, dev’essere in parità fissa 1:1 con la stessa. Un’ipotesi di decimalizzazione della vecchia moneta potrebbe essere la seguente. A dieci eurocent, la moneta più piccola che è utile che circoli potrebbe corrispondere un “Picciolo”. A dieci “Piccioli” può ben corrispondere un “Grano”, che quindi corrisponderebbe esattamente a un euro. A dieci “Grani” corrisponderebbe un “Tarì”, che quindi sarebbe pari esattamente a dieci euro. A dieci “Tarì” corrisponderebbe infine un’Onza, che quindi manterrebbe il valore prestigioso e rotondo di Cento euro. Le frazioni di picciolo (da uno a nove centesimi) possono essere computate per formare i prezzi ma essere regolate da arrotondamenti nei pagamenti o con pagamenti intermedi, se proprio fosse necessario, attraverso le monetine da 5 eurocent. La notazione “puntuale” potrebbe essere mantenuta. La notazione 12.3.6.5,2, ad esempio, significherebbe 12 onze, 3 tarì, 6 grani e 5,2 piccioli, lasciando il decimale solo per l’ultima e più piccola unità, come pura unità di conto senza necessità dei relativi pagamenti. In pratica si tratterebbe di 1236 euro e 52 centesimi, senza alcuna difficoltà di traduzione o conversione, garantita dalla parità fissa. E poi, a “ora di soldi” – come sentenzia la saggezza popolare – capiamo tutti subito. Basta averli in tasca e andare a fare la spesa.

L’Onza, quindi, in questa proposta sarebbe il nome ufficiale della moneta, suddivisa come sopra. La corrispondenza perfetta con l’euro sarebbe fra il centesimo di Onza, o Grano, e l’euro stesso.

Detto questo resterà da stabilire quali tagli cartacei e metallici immettere in circolazione. A nostro avviso si dovrebbero immettere nel mercato monetario tagli cartacei in Onze e Tarì e Grani, e gettoni metallici per Grani e Piccioli. Le quantità di tagli cartacei dovrebbe essere decrescente al crescere del “taglio”. In ogni caso, per ragioni dette, non dovrebbero esistere tagli superiori a Dieci Onze, proprio perché al di sopra di un massimale dovrebbero essere, anche nelle nostre ipotesi accomodanti, inibite le transazioni al portatore. Se il massimale fosse posto pari a 100 Onze (10.000 euro), non avrebbe senso mettere in circolazione tagli superiori ai 1.000 euro, ovvero, ancora una volta alle 10 Onze. Potrebbe pensarsi a tagli da 10, 5, 2 e 1 Onza, e da 5, 2 e 1 Tarì. In pratica tagli da 10, 20, 50, 100, 200, 500 e 1.000 euro. I tagli delle Onze potrebbero anche essere relativamente rari, e destinati a modeste riserve di valore, mentre quelli dei Tarì dovrebbero essere assai più diffusi. A questi tagli cartacei dovrebbero corrispondere emissioni di gettoni numismatici “pregiati”, in oro per le Onze, e in argento per i Tarì, da distribuire nel momento in cui si decidesse di rimborsare parte della moneta complementare emessa, come detto al precedente capitolo.

Il rimborso ovviamente potrà avvenire anche più semplicemente in “moneta legale”. Si potrà quindi sorteggiare un certo numero di carte ricaricabili, o un certo numero di correntisti, o una certa serie di biglietti in circolazione, e rimborsarli nella maniera privilegiata come prima descritto. Nessuno, però, potrebbe vietare poi che queste emissioni “numismatiche” poi possano circolare nel tessuto economico. Si tratterebbe, però, a questo punto di “baratti”, la cui gestione esula dalle competenze di chi gestisce la Moneta complementare. Per i tagli dei Grani (5, 2 e 1) si potrebbe pensare ad una doppia circolazione, cartacea e metallica, con metalli di minor pregio (ad esempio il “Bronzo”, per tenere la scala con i metalli precedenti). Per quelli dei Piccioli, infine (anche qui 5, 2 e 1), si può pensare ad una circolazione esclusivamente metallica. L’ideale sarebbe tenere il “Rame”, per rispettare la scala di cui sopra, ma se il rame fosse più costoso del valore intrinseco, si potrebbe pensare anche a metalli più vili. In ogni caso qui si entra davvero nei dettagli che poco hanno a che vedere con il progetto. Ma si lasci almeno ricordare l’importanza dei soggetti prescelti, della grafica, della qualità, di buoni e gettoni, e non solo per evitare le possibili contraffazioni, ma anche per dare a chi usa questa moneta, anche non siciliano, un vero e proprio biglietto da visita della Nostra Terra.

Teniamo in conto che buona parte di questa moneta fisica sarebbe tesaurizzata da turisti, il che non è male, perché sarebbe come avere su di loro un vero e proprio diritto di signoraggio a costo zero. Nei gettoni non farebbe male uno sguardo all’iconografia delle nostre antiche monete. Dai delfini dell’antica Siracusa, alle spighe di grano, all’alternanza tra l’Aquila di Sicilia e della Croce greca nei vari tagli, e soprattutto alla bella icona dell’Araba Fenice che risorge dalle ceneri al motto di “RESVRGIT”, simbolo delle “risorse” che spendendosi, muoiono e risorgono continuamente. Ma in ogni caso, Carte di plastica, Buoni Cartacei o Gettoni (sul recto almeno) che siano, dovunque dovrebbe figurare sempre il nostro simbolo secolare: la Trinacria.

La Moneta è strumento di aggregazione politica e sociale. I Siciliani, affezionandosi alle loro Onze, Tarì e Grani, diventano anche buoni cittadini siciliani, innanzitutto e, perché no, solo essendo buoni siciliani potranno essere poi certamente anche migliori cittadini italiani e di qualunque altra aggregazione politica, anziché sudditi alienati come ora.

8) Il ruolo del settore finanziario

Fino ad ora non abbiamo parlato quasi per nulla del settore finanziario dell’economia e in particolare delle banche, quasi come se non esistessero. Uno sviluppo completo del modello, però, non può esimersi dal definire quale sia il corretto ruolo da attribuire a questo settore. Una prima precisazione è che noi non abbiamo alcuna intenzione di demonizzare il settore finanziario in quanto tale, come spesso oggi si legge in certa pubblicistica d’accatto, specie sul web.

Le banche, nell’Occidente di oggi, hanno non poco da farsi perdonare, ma è quanto meno ingenuo pensare che un’economia evoluta, sol perché è ammalata di “troppa finanza”, possa farne del tutto a meno. È come se – si passi la metafora – un uomo con il fegato troppo ingrossato decidesse di farla finita e di toglierselo. La “Banca di Sicilia” già svolge una funzione, di fatto monetaria, della massima importanza, ma questa potrebbe non bastare.

Partiamo dal cuore del sistema finanziario, ovvero dalle banche propriamente dette. Le banche sono quegli intermediari del credito che, attraverso i depositi in conto corrente o strumenti equivalenti, sono in grado di “creare” un credito che svolge di fatto anche funzioni monetarie. Gli altri intermediari finanziari (ad esempio i fondi comuni di investimento) non possiedono questa proprietà se non nel senso molto, molto lato della capacità di produrre comunque “strumenti finanziari” che possono essere scambiati in un qualche mercato e che possono fungere da riserva di valore o “moneta potenziale”.

Ma questi strumenti non sono mai propriamente moneta perché non validi, nella normalità dei casi, per estinguere le obbligazioni né in maniera legale, né in maniera fiduciaria. Con le quote di un fondo comune di investimento o con uno strumento derivato o con un certificato di deposito o persino con un comune libretto di risparmio, per essere immediati, non possiamo andare a fare la spesa; con il bancomat sì, e questo fa la differenza sostanziale tra banche e non banche. Parleremo, quindi, innanzitutto e soprattutto di banche per il loro maggior legame con la moneta.

Le banche, intanto, sono formalmente imprese come le altre e, se residenti in Sicilia, possono intanto aderire alla convenzione come qualunque altra impresa. Non c’è da nascondersi, però, che il ruolo che queste “banche siciliane” potranno giocare nel circuito interno dell’economia, sarà ben modesto, visto il fatto che ormai la colonizzazione bancaria dell’Isola ha quasi del tutto distrutto il tessuto bancario locale, un tempo fiorente. Certo, la loro partecipazione al sistema comporterebbe qualche convenzione in più di quella che abbiamo posto.

Quali operazioni con le altre imprese e in che percentuali potrebbero essere regolate in moneta complementare? Ovviamente la risposta a un quesito talmente tecnico va lasciata al momento opportuno agli organismi che saranno competenti. Ma non c’è dubbio che, in questa partita, un ruolo importante potrebbero giocare anche le “banche non siciliane”, qualora volessero inserirsi in questo sistema monetario/finanziario, come in fondo è secondo la loro vocazione istituzionale.

In una prima ipotesi si potrebbe pensare che le banche facciano un cartello, ostile, contro la moneta complementare siciliana. In questa ipotesi esse non la riconoscono per nulla e non ne favoriscono la diffusione. Questa ipotesi non convince del tutto ad una buona analisi delle aspettative razionali. Può forse “tenere” per qualche tempo, un po’ per diffidenza iniziale, un po’ per “boicottare” un sistema che renderebbe l’economia meno dipendente dalla richiesta di comune moneta bancaria. Ma, anche in questa ipotesi, il sistema non ha poi strettamente bisogno delle banche per funzionare ed avere successo. Soltanto girerebbe in un modo un po’ più farraginoso. La moneta, con il “boicottaggio” bancario, girerebbe e sarebbe accettata più lentamente, ma funzionerebbe comunque, anche perché la rete pubblica del credito artigiano, cooperativo e rurale, per non parlare di quello industriale propriamente detto dell’IRFIS, comunque appoggerebbe l’iniziativa. In breve, a perderci sarebbero prima o poi le stesse banche, alienate dal sistema economico siciliano. Certamente qualcuna, prima o poi, romperebbe il cartello.

Una situazione di equilibrio vedrebbe quindi sin dall’inizio quanto meno un tentativo serio e trasparente di collaborazione. La questione ci richiama a quelle che dovrebbero essere le funzioni essenziali del settore bancario nell’economia e, anzi, consentirebbero di delineare un’economia a maggiore contenuto etico rispetto a quella attuale, senza per questo cadere nell’utopia.

Nella nostra visione le banche svolgono nell’economia, oltre a quella monetaria che qui sarebbe sostanzialmente preclusa, due fondamentali e ulteriori funzioni: - Tesoreria, cioè gestione di incassi e pagamenti; - Intermediazione del credito propriamente detta tra risparmi e investimenti.

La prima di queste due funzioni non è propriamente finanziaria ma soltanto “di servizi”. La banca offre un servizio tecnico di tesoreria, ne sostiene i costi e percepisce le commissioni come compenso per il servizio svolto. La “Banca di Sicilia” gestisce in gran parte, come abbiamo visto, una moneta elettronica con dei depositi in c/c e strumenti equivalenti. Gli incassi e i pagamenti in questa moneta elettronica presuppongono un circuito informatico e telematico che funzionerebbe tanto meglio quanto più le banche aiutino i loro clienti a dotarsi di strumenti di pagamento (ad esempio POS o carte di credito) che facilitino l’uso di questo strumento accanto a quello della moneta legale. Le banche, anche non siciliane, potrebbero quindi stabilire un accordo particolare con la “Banca di Sicilia” per fornire questi servizi a determinate condizioni economiche e secondo un protocollo tecnico definito. In mancanza di questi accordi la “Banca di Sicilia” dovrebbe fare tutto da sola nei confronti dei “convenzionati”, pubbliche amministrazioni, imprese o famiglie che siano, e questo ne rallenterebbe certo la diffusione e ne limiterebbe efficacia ed efficienza. Si può pensare anche di autorizzare le banche “convenzionate”, in concorrenza tra loro, a “gestire” autonomamente i conti di deposito in moneta complementare, ma ad una condizione “ferrea”. La banca “gestisce” informaticamente il conto dei clienti come “bene di terzi” che resterebbe giuridicamente un “deposito presso la Regione”, e non può in alcun modo prestare la somma gestita, altrimenti ricreeremmo la “moneta bancaria” a livello di moneta complementare. Oppure, il che è equivalente da un punto di vista sostanziale, possono sì aprire depositi in c/c in questo strumento, ma poi dovrebbero essere obbligate a depositare il 100 % di questo deposito presso la “Banca di Sicilia” (riserva frazionaria totalitaria). In questo modo le banche commerciali funzionerebbero come gli antichi “banchi di deposito” e, come quegli antichi istituti, non solo non pagherebbero alcun interesse su quei conti di deposito, ma tratterrebbero le commissioni per i servizi di tesoreria, raggiungendo così lo scopo indiretto della “moneta che perde valore” e che conviene spendere al più presto possibile.

Questa funzione non inibisce la seconda, cioè, quella di intermediazione del credito, che invece è propriamente finanziaria, ed è remunerata dalla forbice tra i proventi dell’investimento finanziario e gli oneri derivanti dalla raccolta del risparmio. In questa fase non è pensabile che la moneta complementare serva per il vero risparmio e per gli investimenti.

Con ogni probabilità a lungo queste funzioni resterebbero appannaggio della moneta legale. Ma, sin dall’inizio, con le banche “convenzionate”, questo uso non va vietato, purché risponda a certi requisiti stringenti.

Non va vietato perché il giorno in cui ci saranno soggetti che richiederanno alle banche moneta complementare per fare investimenti (siano esse imprese o famiglie che intendono comprare o ristrutturare beni durevoli come le case), allora vorrà dire che lo strumento è accettato in maniera completa dal sistema economico. Va però ridotto al risparmio vero, evitando le distorsioni tipiche del sistema capitalistico odierno.

In prima battuta il “risparmiatore” di moneta complementare (lo ripetiamo, oggi figura remota) deve accettare di “spossessarsi completamente” per un certo periodo di tempo della propria moneta complementare. La banca deve poter emettere obbligazioni, certificati di deposito, mutui passivi o qualunque altra forma di provvista di moneta complementare, ma non deve assolutamente consentire depositi a vista o strumenti equivalenti, altrimenti si crea di nuovo la moneta bancaria privata fiat.

A fronte di questa disponibilità vera di moneta complementare la banca può impiegarla in investimenti in modo da bilanciare fra loro fonti ed impieghi per quantità e scadenze. Ovviamente, oltre al capitale raccolto, la banca, se ha moneta complementare propria, può anche impiegare anche mezzi propri espressi in questa valuta.

Altra condizione “capestro” da mettere per far funzionare correttamente il sistema è che l’impiego sia fatto nell’economia reale e non in quella finanziaria. La banca non può giocare con i propri impieghi in moneta complementare, inventarsi “prodotti”, cartolarizzarli, impacchettarli, scommetterci, e così via. Essa dovrebbe poter solamente “prestare” a imprenditori, a imprenditori veri, o a pubbliche amministrazioni, o a famiglie, questi veramente interessati a realizzare un investimento.

La progressiva introduzione di un “credito in moneta complementare”, secondo quanto descritto sopra, potrebbe far introdurre, sotto il ferreo controllo della “Banca di Sicilia”, una sana concorrenza tra istituti di credito, questa volta costretti all’erogazione del credito sotto forme “etiche”: microcredito, calmiere sui tassi d’interessi, favore per i prestiti legati al rendimento degli investimenti, favore per gli investimenti “ecocompatibili” e così via. L’inconvertibilità della moneta in valuta legale e la sua non impiegabilità in operazioni speculative equivale ad un totale controllo dei capitali e quindi alla possibilità di governarla eticamente.

Se le banche private si ritirassero da questo mercato o non lo occupassero, perché ritenuto non conveniente, può supplire il polo pubblico, per mezzo di IRFIS ad esempio, mentre se queste sono presenti e sono più efficienti del polo pubblico, questo può ritirarsi ad operare solo nei settori del credito a redditività marginale, sempre eticamente rilevanti, purché in condizioni di economicità.

Può esistere, ancora, “moneta bancaria” di tipo complementare? Secondo il nostro modello in prima battuta dovremmo dire di no. Non è richiesta; però dobbiamo sviluppare, a futura memoria, anche questa possibilità.

Supponiamo, infatti, che per alcuni anni questa moneta sia chiesta e accettata unicamente per essere spesa immediatamente. Le modeste “riserve di valore” sono tenute in giacenza di liquidità per piccoli differimenti di spesa. A un certo punto, fatalmente se la moneta ha successo, qualcuno chiederà un “prestito” in questo strumento se deve svolgere un investimento, o magari lo chiede se il sistema l’accetta o se è più conveniente rispetto al prestito in moneta legale. Sopra abbiamo già detto come possa farsi questo vero prestito. Solo se c’è vera raccolta. Cioè, se la banca presta mezzi propri o mezzi di terzi di cui i terzi si sono realmente spossessati.

Se questo accade, e se il prestito è etico, anche del tipo c.d. “islamico” ad esempio, perché proibirlo per legge? Ma anche un prestito tradizionale, se il tasso d’interesse è inferiore al rendimento del capitale, non è né immorale né indesiderabile. Il rendimento può anche essere implicito, in termini di “risparmi”, come per esempio nel caso delle famiglie che, con il mutuo, con tutto l’interesse, risparmiano il fitto passivo da pagare.

Ora, al limite, potrebbe succedere che la “raccolta” e i mezzi propri si rivelino ad un certo punto insufficienti rispetto alla domanda di credito. Che fare in questi casi?

Se il sistema è bloccato, perché le banche non possono assolutamente “creare” questo tipo di moneta, la domanda resta insoddisfatta. Non è detto che sia un male. Una domanda eccessiva di investimenti potrebbe essere inflazionista, non ecocompatibile o avere altre caratteristiche di indesiderabilità sociale.

Ma potrebbe anche succedere che questa restrizione non sia funzionale al sistema economico che, invece, avrebbe bisogno di più credito. In questi casi dovrebbe essere la “Banca di Sicilia” a immetterne di più, sperando poi che i surplus siano convogliati nel risparmio e quindi, infine, dedicati agli investimenti per mezzo del settore bancario privato. Ma questa catena di trasmissione potrebbe rivelarsi molto lunga e incerta.

Che fare dunque in questi casi? In questi casi la “Banca di Sicilia” potrebbe immettere moneta, prestarla alle banche private a interesse modesto e lunga durata, con l’obbligo per queste di impiegare questa moneta nel settore reale, ma senza il meccanismo della riserva frazionaria, in modo che comunque non possano crearne di nuova e privata. 100 ricevono e 100 prestano, 100 prestano in Sicilia, 100 prestano nel settore privato dell’economia, e guadagnano solo sullo spread tra gli interessi attivi e passivi, senza alcun tipo di signoraggio.

Questo tipo, e solo questo tipo, di moneta bancaria complementare è da consentire e teoricamente possibile, anche se certo non è oggi un problema di attualità nel momento in cui la moneta è inserita per la prima volta nel sistema economico.

La moneta complementare, infine, non interagisce in linea di principio nel suo funzionamento con gli altri intermediari finanziari. Questi possono aderire alla convenzione ed usarla al pari di tutti gli altri operatori. Fra questi, ad esempio le assicurazioni. Però anche questi devono essere assoggettati a vigilanza, affinché si eviti che creino strumenti surrogati della moneta complementare usati come la stessa e affinché non compiano, con la moneta complementare, alcun tipo di operazione speculativa.

Se poi si formasse un mercato vitale di valori mobiliari espressi in moneta complementare, la stessa “Banca di Sicilia”, potrebbe creare una “borsa etica”. In questa borsa sarebbero scambiati questi valori, con l’esclusione di tutto ciò che crea bolle artificiali. Così sarebbero vietati i prodotti derivati al di fuori delle reali esigenze di copertura di rischi. Sarebbero vietati gli acquisti e le vendite allo scoperto. Sarebbero vietate le operazioni automatiche peer-to-peer e solo agenti fisici, con limiti quantitativi definiti per giornata, potrebbero operare su questo mercato. I “revisori” che certificano ai risparmiatori il valore sottostante agli investimenti sarebbero nominati o sorteggiati in maniera indipendente dai soggetti che hanno emesso i relativi valori.

Insomma, senza nulla togliere al sistema legale, che oggi su questo presenta non poche distorsioni e immoralità, si potrebbe utilmente sperimentare un laboratorio o una palestra di finanza etica che poi, chissà, possa fare da modello per una generalizzazione anche sui mercati ufficiali oggi preda di avvoltoi che hanno creato una ricchezza finanziaria virtuale ormai del tutto sganciata dal mondo reale dei beni e dei servizi. Ma tutto ciò, per ora, potrebbe sembrare che vada solo a futura memoria. Meglio però non farsi trovare culturalmente impreparati.

9) I rapporti con l’esterno

È venuto il momento di affrontare, sia pur brevemente, il tema dei rapporti dell’economia siciliana con il mondo esterno, sia esso il territorio italiano, sia esso quello europeo o il “resto del mondo”.

Le affermazioni condotte sin qui, infatti, sembrano quasi riguardare un sistema economico chiuso e la Sicilia è invece ampiamente connessa all’esterno, tanto sul piano delle esportazioni quanto su quello delle importazioni. In teoria questa trattazione potrebbe anche essere tralasciata quando si parla di moneta complementare. I flussi di moneta complementare, infatti, regolano esclusivamente le transazioni interne al sistema. Quelle esterne sono per loro natura regolate in moneta legale.

La funzione ultima della moneta complementare è quella di consentire al sistema, nel suo complesso, di non chiedere moneta all’esterno in prestito per transazioni che sono interne, e quindi far risparmiare costi e restrizioni di credito.

Altra funzione, secondaria, ma sino ad un certo punto, è quella di favorire filiere corte e piena occupazione di fattori interni, e anche questo prescinde dai rapporti con l’esterno. Addirittura l’inconvertibilità della moneta complementare, se non per volontà dell’ente emittente, sembra essere la migliore garanzia dell’efficacia dello strumento utilizzato e della sua immunità rispetto ad attacchi speculativi esterni.

Ma la Sicilia continua a non restare un sistema chiuso. Ci sono importanti operatori, che potremmo chiamare “esportatori abituali” o “importatori abituali”, che da questo sistema potrebbero sentirsi tagliati fuori e quindi che potrebbero decidere di non voler prendere parte allo stesso. La loro mancata partecipazione a sua volta potrebbe pregiudicare o rallentare il successo dell’iniziativa.

La “Banca di Sicilia”, senza venir meno al suo compito principale, qualcosa deve pur fare per far accettare lo strumento anche presso questi fondamentali operatori. Per fare questo bisognerebbe intanto costruire una completa bilancia commerciale (import ed export) e bilancia dei pagamenti (molto più ampia della precedente) su scala regionale per ricostruire bene i flussi economici e finanziari tra Sicilia e Resto del mondo. Questo strumento non è stato mai costruito ma sarebbe invece assai utile. La sua costruzione è tutt’altro che agevole e forse politicamente sgradita. Con essa scopriremmo, per esempio, quant’è il vero gettito tributario prodotto in Sicilia ma riscosso altrove.

Tralasciando però le componenti tributarie o di politica economica ed industriale generale, questa bilancia aiuterebbe anche sul versante monetario o finanziario. Cosa dovrebbe dunque fare la “Banca di Sicilia” per le transazioni esterne? Essendo la moneta complementare soggetta ad un controllo totalitario di capitale, essa ricade esattamente in quel “regime vincolistico delle valute” cui fa riferimento l’art. 40 dello Statuto speciale della Regione Siciliana. Il “regime vincolistico” ivi citato corrisponde al monopolio della valuta estera che era detenuto in Italia dall’Ufficio Italiano Cambi, longa manus della Banca d’Italia, sino al 1990 circa, quando, in esecuzione dell’Atto Unico Europeo del 1987 e, poi, vista retroattivamente come prima fase della successiva Unione Monetaria Europea concordata a Maastricht nel 1992, venne meno ogni forma di controllo sulla libera circolazione di capitali all’interno dell’Unione.

A scanso di equivoci che si potrebbero ingenerare nel lettore comune, nessuno qui sta proponendo una forma di controllo di capitali come c’era allora. Il punto è, però, che se le transazioni di capitale in moneta legale sono e continuano ad essere pienamente liberalizzate, così non è per la moneta complementare la quale, per ragioni “costitutive”, resta come sigillata all’interno del territorio regionale.

Per la moneta complementare quindi siamo ancora “a quei tempi” e, come si sarebbe dovuto fare con la moneta legale “a quei tempi”, anche qui lo Statuto siciliano corre in nostro aiuto dicendoci cosa fare. Questa volta, però, non è l’art. 41 che applichiamo bensì il 40, che prevedeva una camera di compensazione per le valute estere.

Come funzionerebbe oggi quindi? Con una regolamentazione essenzialmente di diritto privato. L’art. 40 dà essenzialmente l’idea, ma non è necessario “attuarlo” con un vero e proprio decreto, se non quando ciò sarà possibile per le vere riserve valutarie (il che, ad oggi, per quanto desiderabile, non pare oggettivamente fattibile vista la debolezza istituzionale della Sicilia), ma semplicemente con strumenti di diritto privato.

La “Banca di Sicilia”, quindi, potrebbe stimolare delle Convenzioni particolari con esportatori e importatori abituali residenti in Sicilia che detengono, o intendono detenere, moneta complementare per le transazioni interne. Come sappiamo gli operatori garantiscono alla “Banca” (diciamo così brevemente) una piccola commissione su ogni transazione. I proventi derivanti da queste transazioni garantirebbero i costi di gestione dell’Istituto, ma per il resto andrebbero a costituire una base per una eventuale possibile convertibilità. Questa, raggiunta una certa soglia, potrebbe appunto cominciare ad essere usata con prudenza per le transazioni esterne al sistema.

La “Banca” potrebbe “prestarla” ad un interesse bassissimo, poco più che nominale, agli “importatori” abituali, i quali in cambio accetterebbero quote garantite minime di moneta complementare dai loro clienti interni siciliani, che servirebbero loro per acquisti interni. Per questi operatori la “Banca” potrebbe accettare di “acquistare” dagli importatori abituali convenzionati determinate quantità di moneta complementare “vendendo” valuta legale in cambio. L’interesse sul prestito alle importazioni potrebbe anche essere determinato implicitamente da una commissione all’atto della “vendita” di valuta legale, che potrebbe così essere data “sgravata” dall’obbligo di restituzione a interesse.

La “Banca” poi potrebbe vendere queste eccedenze di moneta complementare acquistata dagli importatori a “esportatori abituali” che volessero utilizzarla per acquisti interni. Questa volta gli esportatori abituali convenzionati “vendono” valuta legale, o altra valuta ricavata dalle esportazioni, ricevendo in cambio moneta complementare ad un tasso di cambio non esattamente pari a uno ma “incentivante” per l’acquisto di moneta complementare per gli acquisti interni da parte degli esportatori. Ovviamente queste operazioni, in nome e per conto di esportatori e importatori abituali, potrebbero anche essere aperte all’intermediazione di banche ed altri istituti di credito, anche non residenti, alle medesime condizioni, purché riferite a singole operazioni che movimentino l’economia reale della Sicilia.

La “Banca” potrebbe anche contrattare accordi con importanti “importatori/esportatori” esteri di beni e servizi siciliani, come ad esempio grandi gruppi industriali o fondi sovrani. Questi accordi, ad esempio fuori dall’area del dollaro, potrebbero essere gestiti come dei veri e propri baratti in cui le transazioni siano regolate in natura, valorizzate in unità di conto immaginaria, come il dollaro, o l’oro o un’altra valuta, addirittura anche in “moneta complementare”, e poi regolata periodicamente solo per le eccedenze, magari in oro o in valuta legale. Questi accordi di “baratti” possono esser fatti anche con gruppi che gestiscono altre monete complementari regionali.

Il punto è però che la “Banca” in questo deve fare attenta politica industriale, favorendo le importazioni solo di quei beni di cui la Sicilia non è produttrice e favorendo le esportazioni di quei beni per i quali la capacità produttiva siciliana è in eccesso.

Viceversa, se il supporto è garantito indistintamente per ogni settore merceologico, si rischiano gli stessi pericoli dell’attuale regime globale e si vanificano i vantaggi della moneta complementare regionale. E questo vale anche per i rapporti con le altre eventuali valute regionali complementari che operassero sul territorio nazionale. Questo almeno per i “baratti”, che peraltro per loro natura sarebbero intrinsecamente stabili.

Per le intermediazioni in “valuta” (anche nella valuta legale, come oggi è l’euro), quale sarebbe l’esito per il sistema e per la “Banca” stessa? Possiamo ipotizzare due scenari fondamentali.

Uno in cui la bilancia commerciale gestita dalla “Banca” sia in negativo, con le importazioni, cioè, che superano le esportazioni; l’altro che sia al contrario in positivo con le esportazioni, quindi, che superano le importazioni. Facciamo l’ipotesi di un pieno successo dello strumento complementare e quindi ipotizziamo che, a questo punto, gran parte del sistema economico siciliano abbia adottato volontariamente lo strumento o che, il che è ipotesi ancor più forte, la Sicilia abbia nel tempo acquistato il diritto di far circolare lo strumento con valore legale parallelo alla valuta europea o italiana.

In questo caso il “deficit” delle partite correnti deriverebbe dal fatto che la Sicilia, o almeno la Sicilia che lavora con la moneta complementare, è meno competitiva del resto del mondo, e quindi la domanda di valuta (in euro o in altra valuta) si andrebbe rafforzando nel tempo. La bilancia dei pagamenti è data algebricamente dalla somma di tre addendi: il saldo delle partite correnti (la bilancia commerciale più qualche altra cosa, come trasferimenti, rimesse, scambi turistici, noli, etc.), il saldo dei movimenti di capitale e il saldo dei movimenti monetari. Se il primo è negativo, potrebbe esserci un bilanciamento con il secondo. Cioè ci potrebbero essere afflussi di capitali dall’estero che compensano il deficit commerciale. In questo caso ciò potrebbe dipendere o dal fatto che la Sicilia contrae debiti con l’esterno o dal fatto che dall’esterno intervengono capitali a comprare imprese siciliane o a costruirne di nuove o a comprare terreni e fabbricati in Sicilia. Se neanche questo flusso compensa il deficit, allora ci deve essere una qualche compensazione monetaria, questa a sua volta data da un deflusso di moneta o, se esiste una valuta locale, dalla svalutazione della moneta locale che bilancia sempre per definizione tutto. Queste sono identità contabili.

Cosa succede nel caso di una moneta complementare quasi inconvertibile come la nostra? La svalutazione è impossibile perché la parità è fissa, 1 a 1. Restano i flussi monetari. Ma a un certo punto le “riserve” della “Banca di Sicilia”, disponibili allo scopo, scenderebbero al livello di guardia e la “Banca” sarebbe costretta a interrompere le “convenzioni” con gli “importatori abituali” o a ridurle al minimo.

Supponiamo che la domanda degli stessi verso le banche commerciali tradizionali resti in buona parte insoddisfatta perché le restrizioni di credito tradizionali non sono venute meno. A questo punto la carenza di valuta legale o di valute estere in Sicilia equivarrebbe, di fatto, ad una restrizione delle importazioni il cui approvvigionamento diventerebbe troppo oneroso. A sua volta, se i beni importati sono beni sostituibili con prodotti interni, allora si creerà un effetto di sostituzione che farà aumentare la domanda interna. Questo effetto sarà ovviamente positivo per la Sicilia, perché farà aumentare i redditi interni e l’occupazione. Questa produzione potrebbe essere in relativo meno efficiente dell’importazione e questo determinerebbe, nei settori interessati dall’importazione (pensiamo ai beni di lusso) una relativa restrizione della domanda e quindi una stagnazione. Ma sarebbe veramente un male o non piuttosto un ridimensionamento di inutile e dannosa crescita dei consumi fine a se stessi?

Anche le restrizioni alle importazioni di beni non sostituibili si tradurrebbe in una stagnazione. Ci sarebbe la valvola di sfogo dei movimenti di capitale, ma questi non sono illimitati. L’effetto di questi è ambivalente.

Positivo se volto alla creazione di nuova impresa. E non è affatto escluso con le migliori condizioni di insediamento produttivo che la moneta complementare creerebbe. In questo caso l’afflusso di capitale straniero porterebbe nel tempo automaticamente ad un recupero di competitività e quindi a riequilibrare la stessa bilancia commerciale.

Potrebbe però essere anche negativo se guidato da rilevazione di imprese siciliane esistenti (magari per poi farle chiudere, come accade oggi) e quindi restringere il mercato o se guidato da debiti netti verso l’esterno. Ma l’acquisto di imprese “per farle chiudere” non è consistente con i nuovi equilibri creati dopo l’introduzione della moneta complementare che rendono al contrario conveniente l’insediamento. E i nuovi debiti o l’acquisto di terra sconta in ogni caso dei limiti, economici e fisici che siano.

Come dicono alcuni studiosi di politica monetaria, è come se ci fosse un triangolo che ha ai suoi vertici: A = Capacità di gestire una politica monetaria (cioè di controllare l’offerta monetaria in modo esogeno rispetto al sistema economico); B = Cambi fissi con le valute estere; C = Libertà di movimento di capitali. Ora, bisogna per forza rinunciare ad uno dei vertici di questo triangolo, altrimenti si finisce preda della speculazione che travolge qualunque buona volontà.

Per definizione non ha senso affidare l’offerta di moneta completamente all’estero o al mercato, perché senza moneta non si può fare alcuna politica economica sensata. Resta quindi da scegliere quale degli altri due vertici sacrificare. Nel modello da noi designato si sono sacrificati i liberi movimenti di capitale alla politica del cambio fisso.

In prospettiva, in caso di bilance commerciali sfavorevoli, si può scegliere se mantenere questa scelta, che comunque rende stabile il sistema, anche se con una qualche problematicità a fargli recuperare competitività, ovvero optare per un radicale change over, in cui, dall’oggi al domani, si lascia piena convertibilità da moneta complementare alla valuta legale e, nei rapporti con l’estero, alla convertibilità in altre valute e in oro della moneta complementare ma, al contempo, lasciando fluttuare liberamente il valore della moneta complementare rispetto a quella legale.

Questa seconda scelta non è praticabile se ancora la valuta legale è realmente diffusa nel territorio regionale. E quindi bisogna accontentarsi delle restrizioni alle importazioni per riequilibrare la bilancia commerciale, facendo leva sulla qualità della spesa interna per investimenti, pubblici e privati, per recuperare competitività. Ciò che certamente la “Banca” può in molti modi pilotare, sia direttamente, sia per il tramite delle Banche commerciali. Ma certamente se fosse possibile, allora la via per un rapido riequilibrio per mezzo dei tassi di cambio sarebbe garantita e sarebbe la migliore.

Facciamo ora l’ipotesi, più realistica, di un surplus commerciale dell’area della moneta complementare. Soprattutto nel caso in cui la Sicilia si riappropri, come è giusto che sia, delle proprie fonti di energia e gli esportatori abituali siano tutti o quasi convenzionati col sistema. In tal caso si avrebbe rapidamente un accumulo di valuta. La “Banca” dovrebbe prudentemente differenziare fra le principali valute mondiali le proprie riserve e costruirne alcune fisiche in metallo pregiato, soprattutto oro, da detenere in casa fisicamente e non “di carta” depositato presso altre banche, centrali e no. In questo caso facilmente le riserve diventerebbero eccedenti rispetto alle esigenze monetario/finanziarie e potrebbero essere dedicate, come recita l’art. 40 dello Statuto, alle “esigenze della Regione”, cioè devolute semplicemente al Governo regionale che potrebbe venderle e spenderle.

Per evitare una vendita che potrebbe pregiudicare una solidità del sistema, la “Banca” potrebbe emettere anche titoli e immetterli nel sistema, questa volta non come moneta complementare, ma realmente come titoli rappresentativi di moneta legale vera e propria, in quanto garantiti dalle suddette riserve. Questi titoli, alla stregua di assegni circolari, anche virtualizzati su carte ricaricabili, sarebbero questa volta equivalenti a vera e propria moneta legale.

Forse è per questo che Einaudi, di fronte all’art. 40 dello Statuto, paventava che con esso la Sicilia si facesse la “lira siciliana”. A questo punto sarebbe interesse della Sicilia prolungare il più a lungo possibile il mantenimento dei controlli di capitale e della parità virtuale 1 a 1 con la valuta legale, perché questo garantirebbe un accumulo sicuro e indefinito di valuta ed un vantaggio competitivo di lunga durata. Potrebbe solo, in tal caso, aversi il caso di una richiesta, questa volta da parte delle autorità monetarie italiane o europee, di dare vero valore legale alla nostra valuta, in modo che questa possa questa volta rivalutarsi per riequilibrare a “loro” favore la bilancia commerciale. In questo caso il rischio, all’opposto, sarebbe quello di un eccessivo apprezzamento. Ma, in questo scenario lontano, la Sicilia sarebbe come una Svizzera al centro del Mediterraneo e non crediamo ci si debba troppo preoccupare di questa eventualità.

In ogni caso il sistema, per la gradualità del suo inserimento e per la sua intrinseca governabilità, si mostra intrinsecamente stabile. Del resto noi non abbiamo il compito di modificare il sistema internazionale dei pagamenti, rispetto al quale (compreso l’attuale predominio del dollaro) resteremmo standard taker e non setter, salvo la prudente e progressiva apertura a sistemi di regolamento internazionali basati sull’oro o sul baratto cui abbiamo precedentemente fatto cenno.

10) Rischi e correttivi

Il progetto ormai è stato delineato in dettagli abbastanza precisi nei capitoli che precedono. Quello che manca può e deve essere completato da chi ne avrà la competenza tecnica. Prima di chiudere, però, vogliamo anche avvisare il lettore, di alcune possibili distorsioni che il sistema potrebbe presentare, per rassicurare che le conosciamo e che per ognuna di esse è già pronto – per così dire – il rimedio.

Quando si legge di moneta, infatti, è facile imbattersi in progetti messianici ai quali gli autori attribuiscono effetti da “bacchetta magica”, privi di qualsivoglia menda. Per noi non è così.

La perfezione non esiste in economia; tutt’al più si può parlare di una scelta preferibile rispetto ad altre e per noi la Moneta Regionale Siciliana è “semplicemente” una strategia preferibile a quella attuale e ad altre troppo utopiche per essere realizzate.

I principali rischi, in verità piuttosto teorici, sono i seguenti tre:

  • Troppo “successo” della moneta complementare che, inserita in dosi troppo massicce nel sistema economico siciliano e così tanto accettata alla fine, superato il pieno impiego, crea soltanto una inflazione interna da eccesso di domanda aggregata; 
  • Eccesso di spesa pubblica (o anche privata) non qualificata o improduttiva che compromette la competitività del sistema; 
  • Eccesso di spesa rispetto alla sostenibilità ambientale, soprattutto con riferimento all’industria edilizia.

Di fatto le tre obiezioni esulano dai problemi della moneta siciliana e si rivolgono a qualunque politica monetaria attiva basata su di una moneta inconvertibile sul piano interno o fiat e al contempo esposta sul piano esterno ad una flessibilità di cambio totale (quando è matura) o ad un regime di cambi fissi ma in condizioni di totale controllo dei movimenti di capitale (quando viene introdotta).

Esaminiamo i tre problemi distintamente.

Il primo consiste in un’eccessiva iniezione di liquidità nel sistema. In questo caso dobbiamo distinguere il caso in cui il cambio con la valuta legale resta fisso da quello in cui venga fatto fluttuare. Nel primo sottocaso a un certo punto la maggiore disponibilità di liquidità in assenza di un aumento reale di capacità produttiva porta semplicemente ad un aumento di prezzi, dapprima contenuto e congiunto ad una diminuzione della disoccupazione, poi sempre più marcato. A questo punto l’aggancio con la valuta legale potrebbe letteralmente saltare. Si potrebbe creare un mercato nero in cui la moneta “di fatto” si svaluta rispetto alla moneta legale e quindi l’inflazione riguarderebbe solo i prezzi espressi in moneta complementare. Poco male, entro certi limiti, perché la stabilità della valuta legale si tradurrebbe in una complessiva stabilità dei prezzi. Ma lo “sganciamento” della moneta complementare da quella legale in presenza di un valore “teorico” ancora agganciato, potrebbe determinare un rigetto della stessa da parte degli operatori i quali potrebbero considerarla non più affidabile. Se invece la moneta fluttuasse liberamente, secondo sottocaso, in cambio flessibile rispetto alla moneta legale, avremmo ogni giorno il “fastidio” dei “doppi prezzi” sulla merce e anche le politiche di arbitraggio che non pochi imprenditori adotterebbero “contro” i consumatori per lucrare da queste continue fluttuazioni, con uno scoraggiamento complessivo dei consumatori stessi. I prezzi espressi in moneta complementare continuerebbero a crescere senza fine, fino, ancora una volta, alla perdita totale di fiducia degli operatori su di essa. Come abbiamo detto più volte, se è vero che la moneta cattiva scaccia quella buona (che viene tesaurizzata), non bisogna esagerare con la “cattiveria” della moneta; altrimenti la moneta cattiva viene buttata via da tutti o, se ciò non accade per qualsiasi motivo, il sistema comunque sperimenta tutti i disagi dell’inflazione e, al limite, anche dell’iperinflazione.

Questo rischio, tuttavia, è facilmente contrabile con l’indipendenza delle autorità monetarie dal potere politico. Il soggetto incaricato dell’emissione monetaria complementare ha il compito di controllarne gli aggregati in maniera responsabile, secondo criteri generali definiti dalla legge e non modificabili senza una maggioranza particolarmente qualificata dell’Assemblea.

Il compito delle autorità “monetarie” (quantunque “complementari”) non è, come erroneamente stabiliscono i Trattati europei, quello di tenere stabile “sempre e comunque” il livello dei prezzi. Questo assunto poggia su un’ipotesi falsa, e cioè che l’offerta aggregata è statica, immobile, e che quindi le variazioni di prezzi dipendono solo da fluttuazioni della domanda aggregata. I prezzi, invece, come insegna l’esperienza degli shock petroliferi, possono variare anche per variazioni di offerta, cioè per mutazioni di capacità produttiva, di competitività del sistema, di prezzi di approvvigionamento di fattori produttivi esterni al sistema. Ferma la domanda aggregata, i prezzi possono salire semplicemente perché arretra l’offerta aggregata, e parallelamente possono scendere per “controshock” dell’offerta.

In queste condizioni operare sempre nel segno della stabilità dei prezzi, come fa la BCE è un “errore da matita blu”, ed è veramente incomprensibile come i migliori economisti del Continente non si siano mai avveduti di questo tremendo errore. Deprimere, attraverso la stretta monetaria, come faceva ad esempio la gestione Trichet della BCE, la domanda per tenere bassi i prezzi, porta solo ad una recessione del reddito, con effetti a medio termine anche sull’offerta aggregata che, arretrando ancora, determina la necessità di stringere ancora, in una spirale senza fine.

In realtà se arretra l’offerta bisogna lasciare che il sistema “sopporti” l’aumento dei prezzi, perché questo non rappresenta un aumento del modulo nominale degli stessi, bensì un impoverimento “vero” del sistema. Con i prezzi aumentati, a parità di redditi, la gente è costretta a comprare meno, a consumare meno. Non è necessario saccheggiare ulteriormente i redditi già diminuiti per lo shock esterno per condannarli ad avere gli stessi prezzi precedenti il declino. Al contrario, se l’offerta aggregata “avanza” e i prezzi scendono troppo, non bisogna arrestare questa caduta, perché essa rappresenta l’arricchimento “vero” che consente di aumentare gli acquisti e non una pura “deflazione” nominale.

Il vero compito delle autorità monetarie, quindi, da tenere controllato per legge, dovrebbe essere quello di tenere i tassi d’interesse entro la forbice “giusta” (dal 2 al 5 %, approssimativamente). I tassi, al di sotto di questa soglia, generano eccesso di indebitamento nel sistema economico. E per contro, al di sopra di questa soglia, generano usura impagabile.

Per poter controllare bene i tassi di interesse le autorità monetarie si devono sostituire alle banche commerciali private nell’erogazione del credito di massima liquidità al sistema (cioè, di fatto, nell’emissione monetaria); devono ridurre, o forse eliminare del tutto, l’emissione di moneta privata per mezzo della riserva frazionaria, che dovrebbe essere spinta quanto più in alto possibile, se fosse possibile pari a 1/1. In questo modo il sistema finanziario sarebbe definitivamente stabilizzato, senza possibilità di crisi e bolle. Questo per la moneta legale, che in fondo non ci compete.

Per la moneta complementare la politica “saggia” dovrà consistere nell’immettere nel sistema l’aggregato di moneta che può e deve “accompagnare” la moneta legale: non di più, né di meno. Se poi la moneta complementare dovesse di fatto, e ce lo dobbiamo augurare, sostituire del tutto quella legale, anche per il risparmio, allora, come è naturale che sia, dovrà controllare i tassi di interesse nella misura che dicevamo sopra e non mai il livello dei prezzi che, di per sé, non significa nulla.

Il secondo rischio è quello che i “beneficiari” delle emissioni si siedano sugli allori e comincino a consumare senza produrre. Intanto è vero che potrebbero solo consumare prodotti interni, stimolando comunque la produzione di qualcuno, ma – nel caso degli enti pubblici – il problema resterebbe, perché si correrebbe comunque il rischio di mantenere apparati pubblici pletorici, associati a scarsi investimenti o a servizi fatiscenti.

Qui il rimedio, come abbiamo suggerito prima, sarà quello di vincolare l’erogazione al mantenimento di definiti programmi di riqualificazione (non necessariamente “riduzione”) della spesa corrente e del mantenimento di concreti impegni, quantitativi e qualitativi, sulla spesa in conto capitale.

Anche qui si darebbe un grande potere all’istituto di emissione della moneta complementare. Proprio per questo, per evitare che anche questa diventi un’autocrazia o una tecnocrazia che sfugga ad ogni controllo, abbiamo delineato prima la necessità di un “Consiglio”, realmente rappresentativo dell’economia e della società siciliana, per definire piani e programmi da seguire in tal senso.

L’equilibrio tra questa rappresentanza “corporativa” degli interessi, e l’autonomia e la responsabilità professionale dell’autorità monetaria, dovrebbe garantire al meglio l’indirizzo economico preferito. Del resto l’attuale sistema spartitorio non è che abbia dato grandi risultati.

Crediamo quindi che i margini possano esserci solo per un miglioramento. Ci permettiamo di suggerire, in tal senso, un ruolo determinante dei Dipartimenti di Economia delle Università dell’Isola, che dovrebbero attrezzarsi culturalmente in questa direzione, anche essendo dotati delle risorse opportune.

Il terzo rischio assomiglia molto al secondo. E al secondo assomigliano anche i rimedi possibili. Le erogazioni non devono essere possibili questa volta se non “eco-compatibili”. Non è escluso che sui piani e programmi di erogazione di moneta complementare della “Banca di Sicilia” si crei anche un’autorità indipendente che valuti criticamente questo profilo e che abbia quanto meno un diritto di veto o di chiedere emendamenti, visto che il “Consiglio”, sensibile solo agli interessi delle categorie, potrebbe facilmente perdere di vista il fondamentale interesse comune al mantenimento dei fondamentali equilibri ambientali e di tutela della salute pubblica.

In tutti i casi, come si vede, la competenza, la stabilità e l’indipendenza delle autorità monetarie costituisce il principale architrave su cui basa tutta la costruzione.

Ci sarebbe ancora spazio per i debiti in questo sistema o – come sostengono alcuni – sparirebbero del tutto? A nostro avviso non sparirebbero del tutto ma certo resterebbero marginali. L’emissione di moneta, come abbiamo visto, non è espandibile ad libitum. Né possono esserlo le entrate tributarie o extratributarie. Esauriti i canali normali, quindi, c’è sempre la possibilità che gli enti pubblici si indebitino. Ma, come in una qualunque azienda, i debiti si fanno solo se economicamente sostenibili. E quindi i debiti riguarderebbero solo quegli investimenti pubblici per i quali è necessario troppo denaro rispetto al gettito corrente e per il quale questo denaro non può nemmeno essere semplicemente “creato” all’interno.

Se devono affluire capitali esterni, in valuta legale e non solo, la Regione dovrà dunque indebitarsi. Ma questa volta il debito sarà ripagato dai maggiori redditi da imposte che deriveranno dalla conclusione dell’investimento. Altrimenti sarà bene realizzarlo progressivamente, anche più lentamente, con le proprie risorse. Altri indebitamenti di minore momento potrebbero essere gestiti per le spese correnti, ma solo per gestire piccole sfasature cicliche tra entrate ed uscite senza modificare i regimi tributari e monetari (ciò che avrebbe effetti prociclici).

La “Banca di Sicilia”, quindi, che non è “banca centrale”, può certamente prestare alla Regione, oltre a quanto serve per la moneta complementare, moneta legale nei momenti ciclici di depressione, e riprenderseli a interesse zero o quasi nei momenti di espansione.

Quanto risparmierebbe la Regione da tutto ciò? Un vantaggio semplicemente incalcolabile. Il sistema così delineato funziona: è logicamente pronto, quasi “chiavi in mano”, e si tratta solo di avere la volontà politica di crearlo. Di fatto, introducendo questo sistema, tra le entrate pubbliche, accanto a quelle consuete, cioè patrimoniali o di diritto privato e tributarie o di diritto pubblico, si affaccerebbe una “terza” possibilità, data dalle entrate monetarie propriamente dette. Ora il progetto c’è; emendabile certo, in molti sensi, ma non abbiamo più alibi di sorta. Quando cominciamo?

Ultimo aggiornamento Martedì 19 Gennaio 2016 13:50
 

Commenti  

 
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